L’arcivescovo di Los Angeles, Jose Gomez, solleva il suo predecessore, cardinale Roger Mahony, da tutti i suoi impegni pubblici per via della omertosa gestione dei presunti abusi sessuali sui bambini negli anni ’80. Seguono a ruota le dimissioni del vescovo di Santa Barbara, Thomas J.Curry. La decisione arriva nello stesso giorno in cui l’arcidiocesi di Los Angeles si vede costretta a pubblicare, su ordine di un giudice, 30mila pagine di documenti riservati su preti accusati di abusi, con tanto di nomi degli ufficiali responsabili della cattiva gestione dei casi.

Nel 2007 l’arcidiocesi aveva pattuito un accordo da 660 milioni di dollari con oltre 500 presunte vittime di abusi, ma le autorità ecclesiastiche tentarono di evitare la pubblicazione dei nomi di chi si era occupato dei casi. Dai documenti adesso emerge che Mahony e altri ufficiali cercarono di tutelare i preti molestatori e di celare gli abusi ai fedeli delle parrocchie in cui lavoravano i presunti pedofili.

Un caso simile, quello del Monsignor Robert Finn, capo della Chiesa Cattolica nella Diocesi St. Joseph di Kansas City in Missouri ha portato alla nascita di una petizione su Change.org che ha raccolto oltre 110.000 firme. Il Cardinal Bagnasco a cui è indirizzata la petizione, non ci ha ancora risposto. Nella gerarchia ecclesiastica americana, Finn è colui che ha il grado più alto tra coloro che sono stati condannati nel decennale processo sullo scandalo degli abusi sessuali sui minori.
Nel settembre del 2012, il Vescovo Finn è stato dichiarato colpevole per non aver segnalato un sacerdote che era stato trovato in possesso di centinaia di foto pornografiche di giovani ragazze. Sebbene sia stato riconosciuto colpevole in un tribunale, continua ad essere il vescovo di Kansas City. Soltanto tre anni fa, il Vescovo aveva patteggiato, con 47 persone coinvolte in casi di abuso sessuale, il pagamento di 10 milioni di dollari.

Ma a scoperchiare il vaso di Pandora della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica, fu la grande inchiesta avviata nel 2002 dal “The Boston Globe”, il cui primo caso riguardava la condanna a dieci anni di carcere per Geoghan, un prete che aveva violentato un bimbo di dieci anni. Il quotidiano iniziò a pubblicare resoconti di denunce, condanne, dimissioni e insabbiamenti di casi di pedofilia da parte di esponenti del clero cattolico. Nella sola Boston finirono sotto accusa 89 sacerdoti e rimossi dall’incarico più di 55 preti.

Si giunse sino al coinvolgimento dell’allora arcivescovo di Boston, Bernard Francis Law. L’arcivescovo, accusato di aver lasciato che diversi preti accusati di abusi sessuali su minori continuassero ad operare in parrocchie non informate delle denunce su di loro pendenti, rassegnò le dimissioni nelle mani di Giovanni Paolo II. Il tribunale ordinò la consegna di migliaia di documenti della Chiesa di Boston che rivelavano decenni di abusi sessuali da parte di sacerdoti. A seguito delle richieste di risarcimento, tre diocesi avviarono la procedura di bancarotta.

Il filo conduttore di tutti questi casi, parrebbe una certa idea di omertà e insabbiamento, la convinzione di certi uomini uomini del clero, che i panni sporchi si possano “lavare in Chiesa”. Esprime bene questo concetto Alessandro Maggiolini, ex vescovo di Como indagato per favoreggiamento di don Mauro Stefanoni, condannato nel 2008 per violenza sessuale ai danni di un minore: «Una cosa è prendere i necessari provvedimenti canonici, altro è come vescovi diventare strumenti della giustizia italiana, non perché non vogliamo che i sacerdoti colpevoli subiscano le giuste pene dalla giustizia civile, ma perché le vittime debbono decidere loro se accedervi. E alcune preferiscono non farlo». 

Il punto di vista è sostenuto anche da Betori, attuale arcivescovo di Firenze ed ex-segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.