A evocare del tutto a sproposito gli anni di piombo, associandoli all’art. 18, garanzia dei diritti dei lavoratori, ci ha pensato da ultimo l’ineffabile Albertini, transfuga berlusconiano passato al montismo. Già questo dà un’idea dell’incredibile leggerezza e della confusione mentale, se non peggio, che colpisce certi politici quando si affrontano certi temi.

Ho trovato poi estremamente inopportuna sul piano politico e, soprattutto, davvero sgradevole sul piano umano, la polemica di un’esponente dell’Italia di Valori contro la partecipazione di Claudio Grassi, autorevole dirigente di Rifondazione comunista, ai funerali di Prospero Gallinari che fu com’è noto uno dei capi riconosciuti delle Brigate Rosse nel momento di massima attività di tale organizzazione.

Innanzitutto perché, come ha argomentato efficacemente Antonio Di Pietro, in alcuni suoi interventi televisivi,  di fronte alla morte c’è un’esigenza di rispetto e umana solidarietà che deve travalicare qualsiasi altra considerazione. E in secondo luogo perché gli anni dei piombo, il terrorismo in Italia, con tutte le sue vittime, tutte ugualmente degne di rispetto, sono stati una grande tragedia. La mia generazione ha vissuto questa tragedia che ha segnato senza dubbio un arretramento enorme delle ragioni della democrazia e dei diritti dei settori popolari.

Vale la pena quindi di operare fattivamente affinché tale tragedia sia superata completamente, in modo che tale superamento significhi una maturazione complessiva della società italiana.

Si tratta di vicende oramai entrate nella storia e sulle quali deve essere possibile una riflessione serena e distaccata. Occorre innanzitutto chiedersi, al riguardo, il perché un numero non trascurabile di giovani decise, all’epoca, di tentare la strada della lotta armata. La risposta è in parte legata alle strategie di tensione e di provocazione che settori dello Stato misero in campo a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Strage che le ricostruzioni storiche più attendibili attribuiscono a settori dei servizi segreti, con complicità o addirittura direttive internazionali e manovalanza fascista.

Su queste trame non è stata mai fatta la  necessaria giustizia, punendo esecutori, mandanti e strateghi ad alto livello. Non su piazza Fontana e non sulle stragi successive, come quella di Brescia, di Bologna, l’attentato alla questura di Milano, e tanti altri episodi ancora.

Fu questo attacco, terrorista senza dubbio perché massacrava le persone in modo indiscriminato attraverso bombe ed esplosivi, che creò alcune delle premesse per la scelta della lotta armata da parte di gruppi, indubbiamente di sinistra,  come appunto Gallinari che proveniva dalle file del PCI di Reggio Emilia, che uccisero a loro volta decine di persone ritenute “nemici di classe”. Fra di essi dirigenti aziendali, magistrati democratici come Alessandrini, poliziotti come Calabresi, sindacalisti come Guido Rossa e altri. Fu una scelta gravemente sbagliata che diede luogo a veri e propri crimini che oggi come  allora non esito a condannare.

Tuttavia bisogna prendere atto del fatto che tutti  coloro che furono responsabili di questa scelta hanno da molto tempo riconosciuto che si tratta ormai di un’esperienza finita, rispetto alla quale molti di essi si rapportano in modo autocritico. Quasi tutti hanno pagato il loro debito con la giustizia. A quasi trentacinque anni dal rapimento di Aldo Moro e dal massacro della sua scorta, che segnò il culmine di quel fenomeno, ci sono quindi le premesse per chiudere definitivamente una pagina triste della storia nazionale.

Un atteggiamento politico, culturale ed umano che consenta di superare finalmente a pieno gli anni di piombo e i guasti che questi anni hanno provocato nel tessuto democratico del nostro Paese appare oggi più che mai necessario.  Il che ovviamente non significa impunità, dato che molte colpe sono state espiate. Significa anzi individuare e punire le responsabilità tuttora rimaste impunite. Si veda il capitolo delle stragi, che si salda peraltro in modo significativo con quello degli omicidi di mafia, a partire da quello di Pio La Torre, dirigente comunista impegnato contro la base statunitense di Comiso e delle stragi di mafia che hanno segnato gli anni Novanta, con sullo sfondo l’oscura trattativa fra Stato e mafia e l’emergere di nuovi poteri più o meno occulti. Poteri che segnano ancora oggi, molto di più di quanto non appaia, la traiettoria del nostro Paese, pesando come piombo sulle sue ali specie in un momento di crisi come l’attuale.

Chiudere gli anni di piombo significa quindi soprattutto riflettere su come si possa effettivamente promuovere la democrazia e la convivenza civile nel nostro Paese facendo sì che, per quanto aspra possa essere la lotta di classe e tesa la situazione sociale, mai più tornino in Italia gli anni bui del terrorismo.