Chi insiste sulla necessità di ritornare alla crescita – attraverso l’applicazione di drastici tagli alla spesa, o flessibilizzazione nel tempo, o attraverso la messa in atto di misure di stimolo -, passa volando, quando lo fa, sul tema della specializzazione produttiva. Va bene tutto, purché aggiunga decimi o punti al Pil. Alcuni programmi – maggiormente noti, ma chiaramente insufficienti o discutibili – propongono la necessità di sostituire i vecchi modelli produttivi con altri nuovi che permettano di aumentare la nostra competitività.

Secondo me il dibattito sull’uscita dalla crisi economica deve partire dal fatto che all’origine della stessa – anche se non è stato il motivo immediato – si trova l’esistenza di profonde disparità produttive tra i paesi europei. In un’Europa strutturalmente eterogenea, convivevano paesi con un tessuto industriale solido e un’offerta di servizi ampia e sofisticata, con altri che mostravano un’industria debole e con servizi di minore qualità.

Queste differenze, che si sono mantenute e addirittura si sono accentuate nel tempo, sono rimaste relativamente in secondo piano, quando i paesi disponevano delle proprie monete (e quindi potevano aggiustare le posizioni di cambio per mantenere la competitività del prezzo dei propri prodotti) e mentre quelli che disponevano di un reddito inferiore per abitante hanno ricevuto fondi comunitari, il che ha facilitato il rinnovamento e il miglioramento delle proprie infrastrutture.

Ma il principale fattore che, allo stesso tempo, ha occultato e ha aggravato questi squilibri, è stato la possibilità di indebitamento aperta dall’apparizione dell’euro (scomparsa del rischio di cambio, bassi tassi di interesse e offerta abbondante di denaro). I surplus di alcuni paesi (Germania, soprattutto) erano stati convertiti in prestiti dalle banche, e i deficit (delle economie meridionali) erano coperti con debiti.

Surplus e deficit che riflettevano (e riflettono tutt’ora), nell’ambito dei conti esteri, le differenze produttive tra il Nord e il Sud.

Queste stesse differenze, aggravate dalla crisi, rappresentano una difficoltà insuperabile per riuscire a trovare un’uscita dalla crisi economica; non soltanto perché, nell’immediato, condizionano in modo molto negativo il saldo della bilancia commerciale, ma anche per il limitato potenziale di crescita associata a queste specializzazioni. E’ importante, di conseguenza, agire su queste, per correggerle.

Le differenze tra i paesi del Nord e del Sud non vengono solo dalle dimensioni delle proprie industrie (che, per il resto, si sono ridotte in tutti i paesi nelle ultime decadi), ma anche dalla composizione, densità tecnologica e qualità delle loro produzioni. E’ qui che si trova di fatto un gap strutturale.

In questo senso, la maggiore sfida della politica economica è aggiungere valore alla produzione manifatturiera e non tanto ridimensionare in chiave quantitativa il settore industriale. Il che significa agire su piani diversi come, per esempio, raggiungere il maggiore livello di efficienza energetica, aumentare la specializzazione della forza lavoro, dotare di una maggiore densità tecnologica le installazioni e le macchine produttive, rinnovare le infrastrutture e aumentare la qualità della gestione imprenditoriale. Questo deve essere il centro delle trasformazioni strutturali, molto diverso da quello che adesso orienta la gestione dei governi: riformare i mercati del lavoro, salvare senza condizioni le banche e smantellare il welfare.

di Fernando Luengo. Professore di Economia Applicata all’Università Complutense di Madrid e membro di Econonuestra

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)