Arriva oggi nelle sale cinematografiche italiane Frankenweenie, il nuovo film Disney diretto da Tim Burton e prodotto da Allison Abbate (La Sposa Cadavere) assieme al leggendario Don Hahn, il deus ex-machina di immortali classici d’animazione quali La Bella e a Bestia (1991) e Il Re Leone (1994).

Si tratta di una nuova incursione del regista nei territori dell’animazione stop-motion (o a “passo uno”) dall’anno di uscita, era il 2005, della Sposa Cadavere. Ma è anche un ritorno alle origini: Frankenweenie è infatti il remake del cortometraggio cult del 1984 interpretato da attori in carne e ossa, nato sempre in seno alla Disney e ispirato all’immortale Frankenstein letterario di Mary Shelley e, soprattutto, al seminale adattamento del 1931 di James Whale con Boris Karloff nei panni della Creatura. Proprio Frankenweenie fu la causa scatenante del raffreddamento nei rapporti fra lo studio e l’allora giovane filmaker, che sfociarono nel licenziamento del regista. La storia del corto, che vedeva il piccolo bambino di nome Victor Frankenstein riportare in vita il suo adorato bull-terrier morto dopo essere stato investito da una macchina, era stata giudicata troppo spaventosa per i bambini: un autentico spreco di tempo e risorse.

Ventinove anni dopo sono mutati tanto i gusti del pubblico, quanto i rapporti fra Burton e la Disney, diventati quantomai rosei grazie al miliardo di dollari incassato nel 2010 da Alice in Wonderland. A questa pellicola, piuttosto lontana dalla poetica abituale del regista, ha fatto poi seguito il raffazzonato Dark Shadows, prodotto però dalla Warner Bros., non privo di alcune interessanti suggestioni ma minato da una sceneggiatura approssimativa e sbrigativa.

Con Frankenweenie, che riprende l’ossatura narrativa di base e non solo del cortometraggio omonimo, il regista pare voler riflettere a tutto tondo sul suo cinema. Se già la piccola gemma del 1984 custodiva gelosamente al suo interno tutti i semi che sarebbero poi germogliati in alcuni rigogliosi lungometraggi che hanno contribuito alla nascita dell’aggettivo “burtoniano”, che connota un particolare stile di regia fatto di amore per i diversi, i perdenti e di genuino orrore verso il conformismo morale e estetico della classe media americana propagandato con orgoglio da battaglioni di villette a schiera tutte uguali e dai colori pastello quasi accecanti, con questo “moderno” Frankenweenie la riflessione di Burton si fa più ampia.

Realizzato unendo la raffinatezza visiva del bianco e nero con le fantasmagorie del 3D, il film omaggia tutte quelle opere che hanno plasmato la poetica del suo artefice andando, contemporaneamente, a recuperare quello sguardo pieno di amore verso i suoi personaggi che mancava nei già citati Alice in Wonderland e Dark Shadows, ma anche nel disincantato musical con Johnny Depp Sweeney Todd – Il Diabolico Barbiere di Fleet Street (2007).

E per questo ritorno alle origini, Burton si è circondato di interpreti e artisti con i quali ha lavorato in passato: dai doppiatori Winona Ryder (Beetlejuice, Edward mani di forbice), Catherine O’Hara (Beetlejuice, Nightmare Before Christmas), Martin Short (Mars Attacks!) e Martin Landau (Ed Wood, Il mistero di Sleepy Hollow), allo scenografo Rick Heinrichs (suo collaboratore fin dai cortometraggi Vincent e Frankenweenie), al compositore Danny Elfman, autore ancora una volta della colonna sonora.

Numerose anche le citazioni dai classici. In Frankenweenie ritroviamo le suggestioni dei romantici mostri targati Universal d’inizio novecento – Frankenstein (1931), La Moglie di Frankenstein (1935), Dracula (1931) per citare i più eclatanti – e quelle provenienti dai film giapponesi in cui mutanti giganteschi figli di chissà quale aberrazione nucleare mettono in pericolo la vita di città inermi. Ma, soprattutto, c’è lo sguardo affettuoso di un regista che pare aver ritrovato quel tocco lieve e soave che ha garantito a tanti suoi adorabili perdenti, un posto speciale nei cuori degli amanti della settima arte.

Ora a mancare è solo quell’Oscar che a Tim Burton sfugge da anni e che Frankenweenie, candidato alla statuetta dorata nella categoria Miglior Film d’Animazione, potrebbe finalmente regalargli.

A cura di Andrea Bedeschi

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