The Master, buono o cattivo maestro? Pubblichiamo due pareri – pro e contro – sul film di Paul Thomas Anderson a firma Federico Pontiggia e Elisa Battistini

Non si capisce”, “Ma non è su Scientology!”, “I due sono gay?”. Oltre al Leone d’Argento e le due Coppe Volpi a Venezia e le tre nomination per gli attori agli Oscar, The Master mette in bacheca un altro premio: è il film più incompreso, travisato e sbeffeggiato – la più grossa Corazzata Potemkin dopo The tree of life della stagione. Perché? Già alla Mostra non piacque a chi si aspettava, dunque esigeva, un urlante j’accuse contro Scientology, ma crediamo non possa non piacere a chi ama il cinema. Dire che The Master si ispira a L. Ron Hubbard per la figura del carismatico e mesmerizzante guru Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman) corrisponde al vero, ma bisogna intendersi: il superbo film di Paul Thomas Anderson non stenografa ex post la nascita e l’ascesa di Scientology, bensì ne fotografa il perché, individuando l’emersione di quella e analoghe organizzazioni fideistiche nel binomio maestro-allievo inculcato nello Zeitgeist stesso dell’America. Per rimanere al cinema, basti pensare all’istruzione dello schiavo Django a opera del Dr. Schultz.

Ma se in Django Unchained v’è passaggio di consegne e competenze, dal maestro imbroglione Hoffman al discepolo psicotico Joaquin Phoenix non passa niente, perché il medio proporzionale, il passaggio di stato, non è contemplato. Negli States si può essere solo maestri o allievi: senza alcuna salvezza. Ognuno sta, deve stare, al proprio posto, come autorità vuole: indagando padri e figli (e madri: Amy Adams), The Master discerne tra autorità maschile e affettività femminile. In altre parole, tra guerra e pace: la dedizione al conflitto, l’impossibile abbandono alla pace. Si apre col mare, il più filosoficamente mosso da Film Socialisme di Godard, si chiude con l’abbraccio di Joaquin alla donna vitello d’oro che ha costruito sulla sabbia: in riva al mare, a propria immagine e pulsione. È’ l’unica donna che l’America del self-made man può avere: perché? Chi comanda ha qualcuno che lo masturba (Amy Adams smanaccia il marito Hoffman davanti allo specchio), chi non comanda si masturba da solo (Phoenix onanista sulla spiaggia), ma per entrambi l’Amore, l’incontro paritario tra due persone, non c’è. L’accostamento delle due masturbazioni è centrale nel definire lo status di maestro e allievo: il primo è la mente, il secondo il braccio. La teoria e la prassi, l’immaginazione e l’azione.

Non  a caso, la stentata sintesi avviene nel finale quando Phoenix seduce la qualunque e a letto sfodera gli “insegnamenti” del suo vecchio master: il braccio ha trovato la mente, ma è ancora – la terza – masturbazione. Non c’è reale incontro, non c’è amore. Dopo un incesto (la zia) adolescenziale , l’allievo non può più incontrare affettivamente, solo farsi sottomettere, mettendo la testa sotto l’ala protettiva di una rassicurante, magistrale autorità: Scientology, se credete, o un qualsiasi uomo, organizzazione, movimento forte. Strano ma tristemente pronosticabile, il film più ambiguamente e intrinsecamente politico della stagione non c’è tra i nove nominati agli Academy Awards: la crisi degli ostaggi a Tehran ’79 di Argo, il Lincoln di Spielberg, la caccia a Bin Laden della Bigelow, la liberazione dallo schiavismo di Tarantino, ma non The Master, che esula dalla lettera della Storia per trovare l’alfabeto esistenziale dell’America. Non che il film fluttui nel tempo, anzi: la collocazione temporale è oltremodo significativa. Freddie Quell (Phoenix) è un reduce della Seconda Guerra Mondiale, che al ritorno in patria si divide tra vagabondaggio e ubriacature moleste.

Finché si imbatte in Lancaster Dodd e trova una direzione alla sua rabbia acefala. Ma è sempre in guerra, solo per un padrone diverso: i Marine prima, Dodd poi. Sebbene la Peggy Dodd (Adams) affettiva fuori e autoritaria dentro sia in definitiva il vero maestro, The Master rimane un film profondamente maschile e marziale. La copula di Phoenix con la sua donna di sabbia riecheggia l’abbraccio onirico alla gigantessa del protagonista di Valzer con Bashir: un altro mare, un’altra guerra, lo stesso Uomo. E la Donna che non c’è. Metteteci una drammaturgia da grande romanzo sociale che ribalta la Libertà di Jonathan Franzen: “Se non sono libero di scegliere, allora come devo vivere?”, regia e montaggio sublimi, direzione d’attori matura (P.T. non si lascia mangiare più il film come da Daniel Day-Lewis nel Petroliere), e il genio di The Master tracima. Un capolavoro: ovvio, per chi se lo merita.

Il Fatto Quotidiano, 12 Gennaio 2012