Dopo essere sceso “nell’arena ostile” di Servizio Pubblico (e aver trovato finalmente quello che cercava: una prima serata e 9 milioni di spettatori) Silvio Berlusconi ha ricominciato a scuotere i sonagli della coda e sta girando intorno a Pierluigi Bersani. Sul tavolo la strategia è la stessa dal 1996: se è in vantaggio dal confronto televisivo fugge; se deve inseguire cerca ogni possibile vetrina fino a trascinare sul ring il suo avversario, perché là sopra vuole assestare i suoi colpi nel disperato tentativo di recuperare consensi. Operazione che, almeno fino a oggi, gli è sempre riuscita.

Ha già cominciato a lavorare ai fianchi il segretario democratico, buttando lì una frase a metà tra la boutade e il messaggio politico: “Il confronto tv? Io lo faccio con l’unico avversario che ho, cioè Bersani”. Da una parte ci prova (perché magari una tv che accetta la trova) e dall’altra fa capire che Mario Monti pesa talmente poco che non può essere considerato un rivale (e quindi: votate me, non il “centrino”). Per il momento il candidato del centrosinistra ne è uscito con apparente semplicità replicando che i dibattiti li farà solo con i candidati a Palazzo Chigi (e per il momento Berlusconi non lo è, a differenza per esempio di Monti e Ingroia). Ma gli ultrà (Capezzone, Biancofiore, Cicchitto, Gasparri) fanno il resto e provocano: “La sinistra scappa, ha paura”. 

A dare l’ennesima spinta a Berlusconi non c’è solo la sua capacità comunicativa – ormai materiale per libri di testo – che passa per esempio dall’abilità di far passare per pacifiche cose che vere non sono. Il colpo di reni del Caimano di Arcore ancora una volta passa dalla strategia di sempre, quasi inattaccabile dopo sei campagne elettorali. E’ in vantaggio nei sondaggi? Sparisce dalle corse a ostacoli. Gli chiedono il confronto? Lui si nega. Non c’è una regola: tutto dipende dai risultati degli istituti di rilevazione che si ritrova sulla scrivania al mattino. E’ successo ogni volta che gli ha fatto comodo e i suoi rivali non hanno potuto fare altro che inghiottire i suoi no, le sue ritirate, i suoi assoli davanti a giornalisti che lui vagliava con cura.

La perenne “disponibilità” del centrosinistra. Bersani resisterà?
Se invece deve rincorrere? Lui si piazza con tutto il baule (dalle tasse ai comunisti) su qualunque palco trovi: parla alla massaia che beve il caffellatte fino all’ultima rassegna stampa della notte, si batte in prima serata contro Santoro nella madre di tutte le partite ma non disdegna la tv di quartiere, motteggia sull’Imu alla radio all-news e subito dopo tra Tiziano Ferro e David Guetta in quella commerciale. Con lo spettacolo di giovedì sera a Servizio Pubblico Berlusconi non si è ripreso solo 2 o 4 o 5 punti nei sondaggi, ma si è ripreso di nuovo tutto il proscenio, dal quale ancora una volta detta l’agenda (e Monti e Bersani a rincorrere col fiatone sull’Imu). Deve rincorrere e quindi vuole, sempre vuole e fortissimamente vuole ogni spazio comunicativo, qualsiasi sia. E il centrosinistra? Ci cade e ci cade con tutte le scarpe. Confronto? Ma sì, confronto sia. Per ora Bersani resiste. Ce la farà fino alla fine?

1994: il confronto con Occhetto
L’unica campagna elettorale che non fa testo, per così dire, è quella del 1994: lì Berlusconi doveva farsi conoscere, era il nuovo che andava contro il vecchio, prometteva in lungo e in largo, gli elettori dovevano essere rassicurati dal sorriso e dal tono suadente. Per questo accettò il confronto con Achille Occhetto, il segretario piombato dagli anni del Muro che “osava” sentirsi leader di una coalizione chiamata “I Progressisti”. Il confronto si fece da Enrico Mentana. Inutile dire che già lì, con il clima ancora bollente di Tangentopoli, Berlusconi e Occhetto si lanciarono i tribunali in faccia. Il risultato fu: gioiosa macchina da guerra ko, Polo delle Libertà a vele spiegate.

1996: nella “tana” del Tg3 dalla Annunziata
Il primo governo Berlusconi durò finché la Lega non scoprì che si sarebbero toccate le pensioni. Bossi dette del mafioso a Silvio, questi rispose che non si sarebbe mai seduto a un tavolo dove fosse “il signor Bossi” perché era totalmente “inaffidabile”. Così alle elezioni del 1996 la sfida in televisione a Berlusconi serviva, eccome. Tanto che quello che stava studiando da Caimano fece ingresso una prima volta nella “tana del leone”. Questa volta il nuovo era l’altro (Romano Prodi) e quindi il Cavaliere accettò perfino di andare all’approfondimento del Tg3 guidato da Lucia Annunziata. L’Ulivo vinse come avevano detto i sondaggi, ma – nonostante la Casa delle Libertà non potesse più contare sul 10 per cento della Lega (tanto valeva il Carroccio di lotta prima di mettere le radici nei ministeri romani) – il centrodestra ridusse a tal punto i danni che Forza Italia arrivò a un’anticchia percentuale dal Pds (primo partito). I seggi di differenza si rivelarono anche a questo giro insufficienti: Fausto Bertinotti non ne poteva più: prima le pensioni, ora la Finanziaria. Il governo Prodi cadde, anche se il centrosinistra venne tenuto in piedi dall’appoggio insperato di ex democristiani d’assalto.

2001: centrodestra in vantaggio, niente duello con Rutelli
Ma nelle urne i democristiani non potevano bastare e Berlusconi annusò subito l’aria di traguardo. Nel 2001 l’Ulivo massacrato da 5 anni di governo-frittata – due anni di Prodi fino alla fuga di Rifondazione, due di D’Alema e uno di “transizione” di Amato – presentò per giunta Francesco Rutelli come leader: chi poteva immaginare che dopo 10 anni avrebbe provato a dare l’alleato di Fini e Casini, allora fedelissimi di B. Il  il Cavaliere lo odora ormai da tempo: nel 2000 Massimo D’Alema si era dimesso proprio in seguito al disastro delle elezioni regionali. Per l’Ulivo e i suoi alleati il destino sembrava quindi segnato e allora l’uomo di Arcore cincischiò fino all’ultimo, riuscendo nell’impresa: niente confronto in televisione. Disse no perfino a Maurizio Costanzo, che si era candidato come moderatore: “Voglio evitare una rissa verbale – disse il quasi Caimano – e non intendo confrontarmi con chi non se lo merita” perché – sosteneva – il vero leader della coalizione restava D’Alema. Il massimo del risultato fu quindi un duello a distanza: Berlusconi da Costanzo, Rutelli al Raggio Verde. “E’ andata bene” sorrise soddisfatto il candidato del centrosinistra dopo l’intervento da Santoro. Infatti la Casa delle Libertà prese 100 seggi in più.

2006: il “quasi pareggio” dopo la sfida Rai con Prodi
Cinque anni e un paio di rimpasti dopo, con la politica nuova che era diventata vecchia, con il “potere che logorava”, il centrodestra sembrava alla canna del gas. Anche in questo caso furono le Regionali (del 2005) a dare lo start. Berlusconi rinsaldò il doppio petto, indossò di nuovo l’elmetto e corse a più non posso. A un mese dalle elezioni della primavera 2006 l’Unione veniva data avanti di almeno 5 punti in quasi tutti i sondaggi. Ora il Cavaliere era già Caimano: a due settimane dall’apertura dei seggi martellava a ogni ora dicendo che i suoi dati lo davano in parità se non in fase di sorpasso. Prodi ironizzava, sorrideva, non si preoccupava, la buttava in gag: “Non ho perso voti. Anzi, sapete che c’è? C’è un sondaggio ucraino che dà Berlusconi al 122 per cento”. Parole che risuonano un po’ come quelle di Bersani all’indomani della serata di Servizio Pubblico: “No, Berlusconi non l’ho visto, anch’io merito un po’ di relax”.

Prodi era così tranquillo che, per amore della democrazia, accettò il confronto. Regole rigidissime, nessuno poteva andare sulla voce all’altro, il moderatore (Mimun, allora direttore del Tg1) era solo un arbitro con il cronometro in mano e gli intervistatori erano Marcello Sorgi e Roberto Napoletano. E così Berlusconi potè calare il suo asso e il suo indice nello sguardo degli italiani: “Aboliremo l’Ici: avete capito bene”. I 5 punti di distacco a un mese dalle elezioni, diventarono 24mila voti la notte dello scrutinio, per certi versi drammatica. La maggioranza di Prodi, composta da 13 partiti da Turigliatto a Mastella e Dini, aveva il Senato zoppo: in Aula servivano tutte le forze migliori, compresi i senatori a vita. 

2008: Veltroni voleva il duello (ma anche no), il Cavaliere invocò la par candicio
Da qui le premesse perché il Professore (il primo Professore, quello bolognese) ancora una volta si fermasse, affaticato, al primo starnuto. Poco importa se in quel caso non fu colpa dei comunisti bensì dei democristiani (i soliti Mastella e Dini, quelli del governo D’Alema). La campagna elettorale del 2008 durò più o meno quanto quella di quest’anno. E Walter Veltroni, candidato del neonato Pd, era chiamato al miracolo, un po’ come il Cavaliere due anni prima. Così chiese e richiese il confronto all’avversario, usando anche la carta giocata in questi giorni dal Cavaliere: voleva il duello e non una trasmissione con tutti i candidati premier (allora erano 15: c’erano pure Boselli e Ferrando).

Era il periodo del “ma anche” quindi l’ex sindaco di Roma spiegò che alla fin fine non lo considerava un problema: “Certo – puntualizzò tuttavia – penso che per i cittadini sia stato un grande torto non concedergli la possibilità di sentire le opinioni a confronto. Ma la cosa più grave del rifiuto del dibattito è la motivazione”. Quale? Il faccia a faccia, confessava quasi affranto Berlusconi (congelando il sorriso per tempi migliori), “è impedito dalla legge sulla par condicio”. Mentana li ebbe entrambi a Matrix, separati, a un’ora di distanza. “Mi spiace – si lasciò scappare il Cavaliere a un certo punto – di non potergli dire queste cose in faccia”. “Lo chiamo – chiede Mentana – perché magari è ancora qui?”. “Non può – sorrise Berlusconi – le chiuderebbero l’antenna”. Accanto al “ma anche” c’era anche la teoria dell’autosufficienza del Pd (niente alleanza con la Sinistra Arcobaleno) a fare il resto: la prima uscita fu sopra le aspettative, ma non bastò. Ancora una volta Berlusconi mise in cassa cento seggi di vantaggio alla Camera. Senza bisogno di fare quello che sa fare meglio: la televisione.