In questo paese i diritti umani sono rispettati e la libertà d’espressione e le riunioni pacifiche sono garantite a tutti. Ipse dixit. Così parlò il re del Bahrein, il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani

Infatti. Il giorno dopo una corte d’appello ha confermato, solo riducendola da tre a due anni, la condanna di Nabeel Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, colpevole di aver preso parte a manifestazioni pacifiche contro il governo tra febbraio e marzo.

Una condanna insensata, nei confronti di un difensore dei diritti umani che non avrebbe dovuto trascorrere neanche un giorno in prigione. Gli appelli per la sua scarcerazione si moltiplicano.

Il giorno prima della roboante affermazione del re, Zainab Al-Khawaja (figlia di Abdulhadi, condannato all’ergastolo per reati di opinione), era stata arrestata mentre stava intervistando un uomo ferito nel corso di una manifestazione e ricoverato nel complesso ospedaliero di Salmaniya, nella capitale Manama, già al centro, nel 2011, di operazioni repressive delle forze di sicurezza bahreinite. Portata in carcere per le indagini, è stata raggiunta, proprio il 10 dicembre, da una condanna a un mese di carcere per aver preso parte, a sua volta, a una di quelle “riunioni pacifiche garantite a tutti”.

Al netto delle dichiarazioni del re, la realtà è questa: il 30 ottobre il governo ha introdotto un divieto generale nei confronti di ogni protesta, seguito il 7 novembre dal ritiro della cittadinanza a 31 oppositori; nei mesi scorsi decine di persone sono state arrestate per aver preso parte a manifestazioni; i difensori dei diritti umani sono sottoposti a intimidazioni e, in alcuni casi, arrestati per aver svolto il loro legittimo lavoro o aver espresso le loro opinioni.

Fuori dall’ovattato regno del Golfo persico, trascorso un anno dalla mancata attuazione delle principali raccomandazioni della Commissione indipendente d’inchiesta, la situazione dei diritti umani comincia a essere motivo d’imbarazzo anche per i più strenui difensori della famiglia reale.

L’8 dicembre, durante una visita nel paese, il vicesegretario di stato Usa Michael Posner ha invitato il governo a processare i responsabili delle violazioni dei diritti umani e ad “annullare le condanne di tutte le persone accusate di reati collegati all’espressione non violenta delle idee politiche e alla libertà di riunione. Molte di queste condanne sembrano basate, almeno in parte, sulle critiche mosse dagli imputati alle politiche del governo”.

Il re non sembra ascoltare queste richieste, provenienti da chi, per oltre un anno e mezzo di repressione, ha scelto il silenzio.