Le argomentazioni di Maurizio Cecconi sulla qualità del voto attraverso le Parlamentarie del Movimento 5 Stelle sono interessanti soprattutto per un motivo: espongono una serie di riflessioni che spesso sento sostenere da persone convintamente di sinistra, magari anche radicale, o solo più in generale progressiste per giustificare il loro sostegno al movimento di Grillo. Argomentazioni che sono state adeguatamente decostruite l’altra sera a Bologna durante la presentazione del libro “Un Grillo qualunque”  (è disponibile anche la registrazione audio). Le riprendo qui

1) Intanto sul metodo. Le parlamentarie sono state più democratiche di altri processi? Credo che sia lecito esprimere qualche dubbio. E ce ne sono di più importanti di quelli espressi da Michael Shalby sulla partecipazione di chi non era connesso. Emiliano Luzzi ne ha scritto a proposito del modo in cui sono stati scelti i candidati. Le venti domande di Valentino Tavolazzi rimangono tutt’ora senza risposta. Eppure esistono modi trasparenti per trovarne almeno qualcuna pubblicando nomi, dati e codici informatici. Cosa che non è stata fatta. E non è la prima volta

2) Dice, poi, Cecconi, ben vengano le parlamentantarie, anche fatte in questo modo, se possono portare delle categorie non rappresentate in parlamento. Obiezione di principio: si può disgiungere metodi ed obiettivi? Ovvero si può ottenere un risultato migliore con un processo elettivo con notevoli limiti? Io penso di no, è da sempre foriero di pessime stagioni politiche. Obiezione di merito: ma il tema è portare in parlamento altri interessi in forma di corporazioni o rappresentanti che hanno un dialogo con i territori che dovrebbero rappresentare, raccogliendo  proposte dai cittadini ai quali rispondere  in maniera autonoma? Ovviamente il secondo.

Eppure anche nella vicenda Salsi-Favia-Grillo dimostra che l’autonomia degli eletti in quel movimento è costantemente minacciata da decisioni calate dall’alto che stabiliscono chi è dentro o è fuori, chi esprime posizioni accettabili grazie a un “non statuto” senza garanzie per chi non la pensa come il leader. Leader che è proprietario unico del simbolo. Mentre, invece, a proposito di temi: i video circolati in rete sembrano più candidature per un casting televisivo o una posizione in azienda col televoto. E neanche aperto a tutti. Fabio Chiusi li ha raccolti grazie alle segnalazioni dalla rete visto che nessuno degli organizzatori delle parlamentarie ha strutturato la consultazione per farla conoscere ad una cittadinanza più larga del circuito ristretto di chi li poteva votare. Inoltre al di là delle note di colore su congiuntivi, librerie e camini alle spalle di candidate e candidati sul quale si è cimentato qualche commentatore da prima pagina, poco o nulla si sa dell’impegno di queste persone, sul loro curriculum pubblico, di quali altre esperienze in movimenti politici o sociali hanno fatto parte.

Non ci sono link o altro materiale nelle descrizioni, latitano domande e risposte sotto i video stessi né erano previsti incontri di approfondimento, assemblea o gruppi di appoggio perché come già successo nella vicenda Tavolazzi “non vogliamo qualcuno che si interponga tra candidati ed elettori”. Del resto i video, come le performance di Grillo dal palco, sono modalità di comunicazione che per definizione non ammettono contraddittorio.

Ma soprattutto non si sa che programma e proposte andranno a portare in Parlamento. Il sito dove si prometteva di scrivere il programma elettorale insieme ai cittadini non è mai partito. Alle persone che mi dicono che voteranno il M5S alle prossime elezioni, contribuendo al 20% pronosticato dai sondaggi, chiedo: ma oltre a sapere sulla fiducia autocertificata da loro o dallo staff di Grilo che sono incensurate , sai come la pensano del Fiscal Compact? Cosa vogliono fare della legge Fornero che ha abolito, tra gli altri l’articolo 18? Cosa pensano delle missioni all’estero, delle spese militari? Cosa pensano del sistema sanitario nazionale? Della scuola pubblica?

3) Controbiezione: il programma sarà quello dei temi portati avanti con le amministrazioni locali. Ma a parte il fatto che amministrazioni locali e governo nazionale seguono logiche diverse, l’unico esempio di un certo livello è Parma, che sta provando una opposizione legale all’inceneritore, probabilmente già persa senza altre chance. Mentre invece sono sempre più evidenti prese di posizione che dovrebbero far riflettere in tempi di populismi aggressivi montanti.

Come per esempio Francesco Perra, del Movimento 5 Stelle sardo che sui matrimoni gay disse “A quel punto potremo anche sposarci in tre o col proprio animale” (anche se altri esponenti si sono dissociati). O il Movimento 5 Stelle di Pontedera che argomentando la sua non adesione ad un manifestazione contro le provocazioni razziste di Forza Nuova, ha scritto che pur riconoscendo “la stupidità e l’arroganza” dei neofascisti, erano contro i buonismi che non riconoscono che per i senegalesi “vivere in tanti tutti insieme è non solo normale, ma segno di accoglienza e solidarietà reciproca.” mentre l’integrazione dei cinesi sarebbe “rilevare a suon di denaro contante le nostre attività, ma figuriamoci se qualche cinese viene a spendere una lira sul corso il sabato”. Del resto non sembra meno “superficiale” lo sgomento che Federica Salsi ha manifestato in questi giorni per la bocciatura di un ordine del giorno al quartiere Navile sostenuto da Pdl e M5S  che esprimeva solidarietà a Casapound dove si parla di anarco-insurrezionalisti  e terrorismo quando perfino la magistratura ha fatto cadere questa aggravante. Invece il M5S dovrebbe spiegare perché i leader di Casapound e Forza Nuova ritengono le loro idee così vicine a quelle di Grillo.

Insomma un voto al Movimento 5 stelle con queste premesse rischia di essere una protesta fine a se stessa, se non addirittura pericolosa. Ne abbiamo visti altri di leader massimi, salvatori della patria ed unti dal signore, catalizzatori ogni volta della rabbia o della mancanza di alternative. O, più semplicemente, dall’idea equivoca che il proprio impegno pubblico si esaurisca nel voto dato sulla scorta delle simpatie verso questo o quel leader, interprete unico “per conto dei cittadini” di slogan ripetuti come mantra liberatori, di promesse nel nome di un cambiamento che a seconda del “brand” viene definito radicale o riformista. Ma del quale non si conosce né la natura né si potrà chiedere conto dopo. I movimenti per i beni comuni, chi sta raccogliendo firme per ripristinare l’articolo 18, chi sta mettendo in discussione il debito ed il fiscal compact, gli studenti mobilitati contro la riforma Apre-Gelmini-Profumo, lo hanno già capito. E non aspetteranno il prossimo voto  per le politiche per dire la loro.