La scomunica del famoso 5 marzo 2012 non è piovuta dal cielo. C’erano stati diversi “avvertimenti”, più o meno espliciti, nei confronti del primo epurato della storia del Movimento 5 Stelle, Valentino Tavolazzi.

A ricostruire la caduta dal cielo di chi fino a poco tempo fa era uno dei grillini più apprezzati dallo stesso blogger genovese è un suo ex compagno di battaglie, Tommaso Mantovani, uscito di recente dalla lista Progetto per Ferrara, anch’essa inibita così come il suo consigliere.

La prima traccia di attrito tra le posizioni di Beppe Grillo e Casaleggio da una parte e Tavolazzi dall’altra arriva in tempi non sospetti. Siamo a febbraio 2011. Più di un anno prima del post ad excludendum. Grillo è a Ferrara, dove in serata terrà uno spettacolo nel palasport. Prima riceve all’Hotel Orologio i rappresentanti locali. Ci sono Tavolazzi, Mantovani, Angelo Storari (ex portavoce di Ppf che ha abbandonato a sua volta la lista civica), gli attivisti di Cento e Codigoro che si presenteranno come Cinque Stelle alle elezioni comunali nel maggio successivo. “Si affrontò per la prima il tema delle elezioni politiche – rivela Mantovani -; in quel periodo il governo Berlusconi poteva cadere da un momento all’altro e Tavolazzi e altri introdussero il argomento”. La risposta fu vaga, ma il concetto era chiaro. A Grillo in quel momento non interessava: “rispose serafico che non eravamo pronti, che era inutile far finta di avere un programma nazionale, che non potevamo avere le risposte a tutti i problemi di ogni zona del Paese. Meglio era farsi le ossa e prepararsi in tempo. La frase esatta fu “quando saremo pronti metteremo 40 ragazzi in parlamento e sarà una rivoluzione”.  Accanto a Grillo c’era anche una persona del suo staff. “Allora non capii, ma intervenne per dire che non volevano organi e assemblee che decidessero per gli altri”.

Solo successivamente Mantovani intenderà quel riferimento criptico. Intanto il Movimento cresce e, dopo le elezioni amministrative, sono in diversi a immaginare lo ‘sbarco’ a Roma. Arriviamo alla metà giugno 2011. Il 18. Al circolo Mazzini di Bologna si tiene una riunione degli eletti dell’Emilia-Romagna. Partecipano anche gli attivisti. “Ricordo bene quell’incontro, ero il verbalizzatore”, sottolinea Mantovani. Tra le idee che uscirono da quell’aula c’era il metodo di organizzazione in vista delle politiche”.  Più precisamente, “Valentino, ma non solo lui, immaginava assemblee territoriali che venissero riconosciute, legittimate, come luoghi dove prendere decisioni operative”. “Proposta irricevibile da Beppe”, la bollarono in molti. Bisognava a ogni modo confrontarsi con i ‘capi’. “Ricordo Favia molto titubante di fronte alla prospettiva di parlarne con Grillo e Casaleggio”. Alla fine si propose di ‘incaricare’ proprio Tavolazzi. Doveva essere lui il sabato successivo ad andare a Milano alla corte di Casaleggio e farsi latore della proposta.

Sotto la Madonnina però quelle idee ricevono un’accoglienza gelida. Con Tavolazzi era presente per la provincia di Ferrara anche Andrea Castagnoli, consigliere di Codigoro. L’argomento viene appena affrontato e subito accantonato. “Non abbiamo bisogno di sovrastrutture per certificare le liste che si vogliono presentare alle elezioni; non vogliamo qualcuno che si interponga tra candidati ed elettori; il simbolo non l’abbiamo mai negato a nessuno che abbia i requisiti in regola”, tagliò corto Casaleggio secondo la ricostruzione de relato fatta da Mantovani. E qui l’avvertimento si fa molto meno generico. Il cofondatore del Movimento fa un esempio esplicito: “non è Valentino che mi deve dire se una lista ha le carte in regola per avere le cinque stelle in provincia di Ferrara”. “Nessuna volontà di fare filtraggio” fu il passo indietro che uscì dalla bocca dei presenti.

Parole invece che secondo il diretto interessato “non furono mai pronunciate”. “Casaleggio – replica oggi Tavolazzi – non fu entusiasta di quelle proposte (assemblee locali, provinciali e regionali per coordinare l’azione politica nelle istituzioni in cui eravamo presenti, riunioni che poi sarebbero state organizzate ovunque). Casaleggio non affrontò nemmeno il problema nel merito. Peraltro quanto riferito da me in quella sede, non contemplava affatto strutture di alcun tipo, né deleghe o segreterie. Erano presenti decine di eletti che possono testimoniare”.

“D’altronde – riflette oggi Mantovani – creare sovrastrutture decisionali rappresentative dell’elettorale non è molto diverso che creare un partito e comportarsi di conseguenza”. Viene in mente a questo punto la famosa frase post espulsione di Grillo: “Tavolazzi ha la testa a forma di partito”. “Si vedeva che qualcuno, non solo Valentino – prosegue l’ex fedelissimo del consigliere ferrarese – voleva tirare per la giacchetta Grillo nonostante la sua ritrosia”.

Un altro sintomo di malessere tra vertici e alcuni rappresentanti locali dei Cinque Stelle arriva a Roma. I grillini sbarcano nella Capitale per il “Cozza Day” del 10 settembre 2011. Una settantina di sostenitori presentano “Agorà 2.0”, progetto informatico per la e-democracy. Grillo non partecipa.

Il rapporto inizia a incrinarsi. Ma non si intravedono ancora indizi di un possibile distacco. Arriva però il Democracy day di Ferrara. Siamo al 27 novembre 2011. Nel capoluogo estense si riuniscono gli eletti della regione. L’organizzazione dell’evento venne fatta alla luce del sole. Pardon, della rete. Quindi Grillo ne era perfettamente a conoscenza. E scelse di non partecipare. “Tra le proposte che uscirono ci fu anche quella di andare avanti senza il leader del Movimento; ma ottenne pochissimi voti”, sottolinea Mantovani.

Il progetto di democrazia partecipata si ripete. Questa volta a Rimini. Siamo al 3 e 4 marzo di quest’anno. Tavolazzi, pur presente, non è tra gli organizzatori. Tra le idee votate in Romagna c’era anche quella di Favia premier. Grillo, il 4 marzo, pubblica sul suo blog il post di un partecipante, che stigmatizza l’incontro di Rimini come una “buffonata”contestando “nel metodo e nel merito quello che è stato fatto”. Tavolazzi ebbe l’ardire di difendere via internet la bontà di quella riunione. E gli eventi precipitano. Poche ore dopo, il 5 marzo, il consigliere ferrarese diventerà il primo espulso nella storia del Movimento 5 Stelle.

Un modo di colpirne uno per zittirne cento? “Non lo so, forse sì – allarga le braccia Mantovani -. Di certo l’epurazione non è stata un fulmine a ciel sereno come si è voluto far credere. E la difesa a spada tratta della convention di Rimini è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Se la corda si è strappata il 5 marzo, la fune era tesa da più di un anno”.

“Io non sto dicendo che Tavolazzi e altri a lui vicini volessero fare un golpe – conclude -, ma che avesse in mente una struttura simile a quella di un partito era chiaro ben prima di quel post di Beppe”.