Il Protocollo di Kyoto è stato esteso fino al 2020.

Si è chiusa ieri sera, dopo circa 36 ore di negoziazioni la COP18 di Doha (Qatar). L’unico risultato è proprio l’estensione del Protocollo di Kyoto nel suo secondo periodo d’impegno: dal 1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2020. Questo risultato tiene in vita l’unico trattato legalmente vincolante sul controllo delle emissioni.

Tuttavia si tratta solamente di un salvataggio della piattaforma: si tratta di un accordo siglato solo dai paesi dell’Unione Europea, Svizzera, Norvegia e Australia (circa il 15% delle emissioni globali, nda) , i cui impegni – pledge – di riduzione delle emissioni sono deboli e possono essere modificati entro il 2014. L’adesione al secondo periodo d’impegno permetterà ai firmatari di consolidare i sistemi di emission trading (come il sistema ETS europeo o quello australiano, che nei prossimi anni convergeranno), uno dei meccanismi flessibili di Kyoto particolarmente voluto dai Paesi industrializzati, perché permette una mitigazione a basso costo.

I paesi che firmarono Kyoto nel 1997 ma che non lo hanno ratificato a Doha (Russia, Giappone, Nuova Zelanda e Canada) non potranno utilizzare alcuno dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo. Inoltre sono stati posti limiti assai stringenti per i carry over (i trasferimenti di emissioni, nda).

Chi rimane fuori da Kyoto quindi sono i principali emettitori: Stati Uniti e Cina, le cui emissioni saranno gestite all’interno della Durban Platform, il tavolo negoziale che porterà al nuovo accordo che sembra più orientato a un meccanismo di “pledge and review” piuttosto che a un accordo “legally binding“. 

A Doha quindi è mancato il coraggio. Nemmeno gli eventi estremi più recenti quali l’uragano Sandy e il tifone Bopha hanno fatto in modo che si alzasse il livello di ambizione durante il negoziato (questo l’intervento del delegato Filippino in una plenaria). Gli impegni, contenuti nella Doha Climate Gateway, presi finanziare la ricostruzione dei danni del cambiamento climatico (loss and damage) nei paesi più poveri e gli impegni economici presi per finanziare il Green Climate Fund sono infatti limitati (né il fondo promesso a Cancùn per le azioni a breve termine, né il Green Climate Fund sono stati infatti finanziati in modo appropriato). Si è fatto troppo poco, come sottolineato sia dalla società civile che dai Paesi in via di sviluppo, i più esposti al climate change

La crisi dell’Eurozona e la lobby dei combustibili fossili non possono essere usate come alibi: lo stesso Ministro Clini, che aveva comunque reso nota la presenza di forti criticità, in un incontro con la società civile italiane ha ribadito come la nostra Strategia Energetica sia figlia di un documento di 10 anni fa e per questo ha un orizzonte limitato al 2020, con quote significative di gas e carbone. Occorre avere coraggio ed innalzare l’ambizione per portare lo sguardo oltre il 2020 e programmare seriamente il nostro futuro. 

Le evidenze del cambiamento climatico sono infatti reali e i rischi a cui andiamo incontro sono gravi, come ribadito da molti studi recenti (da ultimo quello della Banca Mondiale). Tuttavia siamo ancora in tempo ad agire per fare in modo che l’incremento di temperatura media globale resti contenuto entro +1.5°C. La soluzione è implementare congiuntamente politiche di mitigazione e adattamento

L’efficacia delle politiche passa da una maggiore coesione tra i decisori politici e le associazioni impegnate nella lotta al cambiamento climatico con un comune obiettivo di aumentare la consapevolezza dei cittadini riguardo le implicazioni quotidiane che possono avere le politiche climatiche.

di Federico Antognazza (inviato a Doha)