È lunedì mattina, sono le cinque. Il cielo è terso, si vedono tutte le stelle, non le riconosco ma fa lo stesso. E c’è una bella fetta di luna calante. Oggi è un buon giorno per manifestare.

Alle 6.30 il nostro pullman parte da Bussoleno. Del Legal Team siamo in tre. Di pullman ce ne sono ben undici, da cinquanta e passa persone ciascuno. Siamo consci dei nostri diritti: possono chiederci la carta d’identità, ma se vogliono prenderci impronte digitali e fotografarci, ci rifiutiamo e chiamiamo il Consolato.

Mentre ci si avvia verso Lione, penso a tante cose. A quella linea Lisbona – Kiev che soltanto una mente malata poteva concepire. E perché non Lisbona-Vladivostok, così si collegavano i due oceani, Atlantico e Pacifico? Oggi della Lisbona-Kiev non parla più nessuno. Portogallo e Spagna vi hanno rinunciato (ma hanno mai aderito?). Oltre la Trieste di Illy (strenuo fautore da buon Pd della linea), nessuno sa neppure cosa sia. Penso ad  Esposito che ieri ha detto ai media che si deve fare perché porterà lavoro. Né più né meno quello che abbiamo sempre detto noi. Porterà lavoro (peraltro quello modesto degli edili, e magari del lavoro nero, sicuramente degli extracomunitari), ma non serve a nulla. Penso, penso, poi mi addormento. Confine. Ci fanno fermare. La polizia chiede i documenti. Noi ci fanno passare. Arriviamo ad un autogrill ed aspettiamo gli altri pullman. Ci raggiungono in un tot numero di ore: bella strategia quella dei francesi di farci arrivare quando la firma è stata apposta. Ripartiamo, arriviamo a qualche decina di chilometri da Lione. Veniamo fatti parcheggiare in un’area di sosta che viene circondata da agenti anti-sommossa. Gli stessi robocop cui siamo abituati in Italia, ma, chissà perché, qui sembrano più determinati e pericolosi.

Ci dicono che ci scortano fino a Lione. Risultato: a Lione ci arriviamo dopo quasi nove ore di viaggio, alle tre del pomeriggio, accompagnati non solo dai robocop ma altresì da un elicottero che ronzerà per tutta la manifestazione sopra le nostre teste.

In piazza Gare des Brotteaux, davanti alla ex stazione ferroviaria, dove ora costruiscono appartamenti (esattamente come in Italia), altri italiani ed un certo numero di francesi. La piazza è blindata, siamo intrappolati e non possiamo uscire. Un lager. Possiamo solo manifestarci dentro. Una conferenza stampa improvvisata ci dice che è vero, la firma c’è stata, per chiedere che l’opera sia finanziata per il 40% dall’Europa (Francia ed Italia sono in braghe di tela), ma in Francia sta aumentando il malcontento: i Verdi sono molto tiepidi, un deputato del partito di Sarkozy ha cambiato idea e dice sulla Torino-Lione l’hanno preso in braccio. D’altra parte c’è chi riferisce che Virano abbia detto ai media che se i francesi si ritirano, noi la Tav la facciamo da soli…

Si fa buio, è ora di rientrare e qui lo stato di polizia francese dimostra tutta la sua efficienza. Mentre viene spruzzato per aria un prodotto urticante che ci fa piangere, i pullman sono fatti uscire uno alla volta. Noi scendiamo per non lasciare i francesi da soli, perché temono di essere identificati. Ci mischiamo a loro, ma poi tutti vengo fatti uscire dalla piazza. L’operazione richiede l’impiego di qualche cenìtinaio di robocop. La polizia in forze scorta gli undici pullman fino al confine. I No Tav sono considerati come un problema di ordine pubblico e non già come un movimento di opinione e penso quanto si senta debole il potere quando fa un uso così sterminato della forza per 600 pacifici manifestanti.

Sul pullman Emanuele chiede a Stefano quante volte ha manifestato all’estero. Stefano: in Cile ed in Egitto. Emanuele in Marocco. Io penso a quante manifestazioni mi sono fatto nella vita e quante in particolare sulla Tav. Non le riesco a ricordare tutte. C’è chi dice che abbiamo la sindrome di Nimby. Sono dei perfetti imbecilli. Noi abbiamo un ideale. Un mondo migliore. E la Tav non ne fa parte. E neanche i robocop. Torno a dormire. A mezzanotte sono a casa. La luna è po’ più piccola.