Quota 287. In altri tempi Mario Monti non avrebbe mai osato fissare una soglia obiettivo per lo spread: sarebbe stato come sfidare i mercati a speculare. Invece ora si può fare. Per due ragioni: la prima è che lo spread è attorno ai 300 punti grazie alla Bce sempre pronta a intervenire e a qualche novità positiva sulla Grecia. La seconda ragione è che la politica è cambiata: per Monti è tempo di bilanci e può vantarsi di aver portato la differenza di costo tra il nostro debito e l’omologo tedesco da 574 a 300. Sottinteso: caro Bersani, prova a fare di meglio.

Il premier, in passato, ha riconosciuto che è soprattutto merito della Bce se la misura del nostro rischio-Paese si è ridotta. Ma in campagna elettorale questo indice dell’umore dei mercati ha un valore molto più politico che finanziario. E peserà anche più dei sondaggi nel suggerire a Pier Luigi Bersani come correggere i suoi messaggi nel lungo percorso che lo separa da Palazzo Chigi. Se lo spread tornerà a correre nei prossimi mesi, tutta la responsabilità verrà attribuita alla marcia di avvicinamento di Bersani e alle sue velleità di abbandonare la cosiddetta “agenda Monti” (cioè di voler fare più deficit e meno manovre). Ogni punto di rendimento sopra la quota 287 sarà un avviso di pericolo agli elettori più efficace delle intemerate di Silvio Berlusconi contro i comunisti al potere: ecco il prezzo della vittoria della sinistra.

Certo, c’è il primato della politica, la centralità delle elezioni e così via. Ma basta guardare in Francia cosa è successo a François Hollande: la pressione dei mercati lo ha spinto a rinunciare a gran parte del suo programma, un downgrading del debito e una copertina dell’Economist sulla “bomba francese” e la paralisi sul bilancio lo hanno già trasformato in un leader dimezzato. Bersani è avvisato. I francesi non hanno alternative, da noi c’è ancora tempo per organizzare un Monti bis. Se lo spread lo richiederà.

Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2012