Lasciamo da parte i presunti reati. L’inchiesta sull’Ilva di Taranto illumina un caso esemplare di rapporti tra impresa, Stato e politica. Un triangolo che neppure il decreto legge della scorsa settimana vuole scalfire. Al vertice c’è la famiglia Riva: il capostipite Emilio (86 anni, agli arresti domiciliari da luglio) e i figli Fabio e Nicola. Con loro consulenti e manager, da ultimo, cioè dal luglio scorso, anche l’ex prefetto Bruno Ferrante. Vogliono produrre acciaio senza subire intralci dalle leggi e da chi le fa rispettare e perciò se la devono vedere con la base del triangolo: a un’estremità ci sono le persone “a modo, moderate, ponderate”; dall’altra parte i “rompicoglioni”. Le intercettazioni del processo per associazione a delinquere forniscono un esauriente lessico per ogni attitudine dell’animo umano, dalla più ampia disponibilità a farsi corrompere fino alla più rigida osservanza della legge.

Proprio al centro del triangolo c’è il governatore della Puglia, Nichi Vendola, uno e bino. A Roma è l’icona della sinistra libertaria ed ecologista, il popolare animatore delle “fabbriche di Nichi”. A Bari è un Bassolino, un temuto vicerè, “il signor presidente Vendola”, ieratico, distante, sempre impegnato “in giro per il mondo”. La sua ossessiva “narrazione” è quella della mediazione. Oggi ha scelto di criticare il decreto legge del governo Monti, che impone di riprendere la produzione di acciaio, come “uno schiaffo al bisogno di salute di Taranto”. Ma dall’inchiesta emerge che il suo imperativo categorico è lo stesso dei ministri tecnici e della famiglia Riva: l’Ilva non deve fermarsi. I posti di lavoro prima di tutto, spiega il presidente a Girolamo Archinà, il grande tessitore dei rapporti istituzionali Ilva arrestato otto giorni fa: “I vostri alleati principali in questo momento, lo voglio dire, sono quelli della Fiom”.

Vendola non sta dalla parte dell’Ilva, ma nella sua equidistanza deve porsi il problema dei rompicoglioni. Il primo è il procuratore della Repubblica, Franco Sebastio. Ha già ottenuto due condanne contro Emilio Riva per l’inquinamento di Taranto, ma quello continua a spandere veleni, e lui non si gira dall’altra parte. Sebastio è un problema politico su cui Vendola costruisce una delle sue narrazioni a beneficio dell’ossequioso Archinà (“Grazie Presidente, grazie…”).

Siamo nell’estate del 2010, Archinà si lamenta per un nuovo avviso di garanzia, e per i nuovi dati sul benzo(a)pirene inopinatamente diffusi dall’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente guidata da Giorgio Assennato, altro grande rompicoglioni. Archinà tenta l’effetto zizzania: “Tutto poggiato su una scivolata del nostro… stimato amico direttore”. Il Presidente glissa, non dà retta alle malignità, ma neppure difende il suo uomo dall’insinuante attacco: “Vabbè… vabbè… va bene, noi dobbiamo fare… ognuno fa la sua parte… e dobbiamo però sapere che… a prescindere da tutti i procedimenti… le cose… le iniziative…, l’Ilva è una realtà produttiva a cui non possiamo rinunciare, e quindi, diciamo, fermo restando tutto, dobbiamo vederci… dobbiamo ridare garanzie, volevo dirglielo perché poteva chiamare Riva e dirgli che il Presidente non si è defilato”.

Non si è defilato, ma ci sono gli ambientalisti in agguato e quindi non può tradire l’equidistanza. “Ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”, dice prudente, catalogando anche gli ambientalisti nella categoria dei rompicoglioni: “Per me che lo ha fatte veramente le battaglie… la difesa della vita e dalla salute… arriva gente senza arte né parte… e si improvvisano”.

Assennato è un problema per tutti, prima di essere, secondo gli inquirenti, e per dirla con le parole di Fabio Riva, “responsabilizzato”. Il consulente Perli dice a Riva: “Attenzione, che potremmo trovarcene anche uno molto peggio”. Il padrone non si fida: “Per me è inaffidabile”. Perli insiste: “Potremmo vedere come funziona questo nuovo rapporto che abbiamo instaurato”.

Era stato Archinà a chiamare Assennato per protestare contro una lettera dell’Arpa contenente dati sgraditi sul benzo(a)pirene, con tanto di ipotesi di blocco delle cokerie. Archinà è scandalizzato: “Non sono osservazioni, sono prescrizioni!”. Prescrizioni addirittura! Archinà è scandalizzato, e va a protestare con Vendola per le intemperanze di Assennato, che lo viene a sapere e protesta: “Avete approfittato del fatto che vi siete trovati di fronte a delle persone senza palle!!!”.

Ma non è questione di attributi virili, Vendola semplicemente ha fatto sua l’idea che l’equidistanza è l’essenza del potere politico: sempre al centro tra i rompicoglioni e i “ragionevoli”. E questi, attorno all’Ilva, sono più numerosi. Esempio preclaro il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno (indagato), che prima di fare un’ordinanza perché l’Ilva si dia una regolata con le emissioni chiama Archinà per consigliarsi. Il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, agli arresti dal luglio scorso, spiega a Fabio Riva che Stefàno è “pressato da notizie… dal Procuratore” e anche dagli ambientalisti (“è scocciato, li definisce ignoranti”). Praticamente sa che l’Ilva farà ricorso al Tar contro l’ordinanza (e ovviamente lo vincerà) ma non conta. L’importante è fare scena, e che la produzione non rallenti. Come non ha mai rallentato nei sette anni del viceré Vendola.

Il Fatto Quotidiano, 4 Dicembre 2012