Vorrei riproporre un articolo che scrissi su Il Fatto Quotidiano nel 2009 e che risulta, purtroppo, ancora incredibilmente attuale.

Alla luce delle ultime vicende dell’Ilva di Taranto, mi vengono i brividi a pensare quanta strada ancora abbiamo da fare, prima di vivere in un mondo dove il sistema produttivo sia inquadrato in un disegno di sostenibilità su tutti i fronti. L’economia verde, di cui tanto si parla, non potrà mai svilupparsi in un contesto in cui l’apparato dirigenziale, sia economico che politico, non riesce a concepire l’importanza di porre come prima priorità la compatibilità ambientale e la salute di cittadini e lavoratori.

Senza una governance capace di alleggerire il carico fiscale delle attività virtuose e, allo stesso tempo, penalizzare quelle non sostenibili, il già scarso controllo statale finisce per risultare vano, specialmente quando l’incorruttibilità dei funzionari è spesso messa in questione.

La parola “cambiamento” è tanto in voga nei dibattiti politici di queste settimane. Mi auguro che a tante chiacchiere corrisponda un impegno a far riprendere questo Paese attraverso le migliaia di imprese e i milioni di persone che ogni giorno lottano per rendere questo mondo un posto migliore.

Nel 2002, ho passato delle settimane, tanto inquietanti quanto indimenticabili, a lavorare per l’International Campaign for Justice in Bhopal (ICJB) tra Mumbai e Bhopal, a stretto contatto con le vittime dell’incoscienza e dell’avidità di un mercato fuori controllo. A chi non ha ricordo di questa tragedia e a chi era troppo giovane per averne letto notizia, spero di fornire uno spunto utile, seppur triste, per ragionare sui veri propositi di una società in evoluzione.

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Erano passati solo cinque minuti dalla mezzanotte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 quando ebbe luogo il peggior disastro industriale della storia dell’umanità. Bhopal, nello stato del Madhya Pradesh: un tempo florida capitale, sintesi delle influenze culturali e religiose di tutta l’India, oggi silente testimone dello sviluppo indiscriminato e della logica di profitto.
Il serbatoio di metil-isocianato, composto altamente tossico e instabile utilizzato per la produzione di fertilizzanti per l’agricoltura, esplose nella fabbrica levandosi in aria per decine di metri e disperdendo il suo carico di gas letale nella brezza notturna, uccidendo in poche ore oltre 8.000 persone e contaminandone quasi 500.000.
Il M.I.C. è una composto chimico che va conservato a basse temperature e che a contatto con l’acqua sprigiona enormi volumi di gas tossico. Nei paesi occidentali, la quantità massima ammessa per lo stoccaggio non supera la mezza tonnellata, ma per le recenti perdite di quota di mercato la società decise, per ridurre le spese, che a Bhopal ne venissero stoccate quasi 40. La criminale negligenza dei dirigenti – apparsi in pubblico sempre estremamente fiduciosi dei loro sistemi di sicurezza – fece il resto: l’impianto frigorifero non era funzionante al momento dell’incidente e il serbatoio venne inondato dall’acqua utilizzata per la pulitura delle tubazioni, lasciata entrare da una valvola difettosa mai controllata. A completamento di ciò, si aggiunga che le sirene di emergenza, montate per avvisare ed evacuare la popolazione che viveva in prossimità, erano state rivolte verso l’interno dell’impianto, per i ripetuti allarmi nei mesi precedenti, causati da decine di piccoli incidenti.
La gente morì in pochi minuti, svegliandosi all’improvviso con forti bruciori agli occhi e ai polmoni, mentre coloro che non furono investiti dalla nube ancora densa dovettero affrontare anni di cure per i danni subiti. Ancora oggi è possibile incontrare le migliaia di malati che attendono almeno un rimedio che allevi le loro sofferenze. Il Dott. D.K. Sathpathy dell’Hamida hospital, unica struttura sanitaria operativa la notte del disastro, ha calcolato che oltre 20.000 autopsie sono state eseguite negli anni successivi su persone risultate contaminate dal gas.

Sono passati 28 anni e la fabbrica di pesticidi della ex-Union Carbide, oggi Dow Chemical, multinazionale nata verso la fine dell’Ottocento negli Stati Uniti, giace ancora con parte del suo carico tossico al suo interno.
Nei giorni passati a lavorare a contatto con la popolazione, ho potuto testimoniare che la vita intorno si svolge come un tempo: i bambini si divertono di giorno con gli aquiloni, mentre la sera esplode timido qualche fuoco d’artificio e in molte zone della città vige il silenzio imposto da tradizioni musulmane che vedono solo gli uomini uscire dopo il tramonto. Tuttavia, il doloroso velo posatosi sull’avvenimento non cancella gli effetti sull’ambiente e sulla popolazione di quella notte maledetta.

In alcune zone della città, ancora oggi oltre 7.000 persone bevono l’acqua dei pozzi inquinata dagli scarti di produzione della fabbrica, risultata contaminata a livelli centinaia di migliaia di volte superiori ai limiti previsti. Gran parte delle case limitrofe a quella che un tempo era la fabbrica, sono state costruite con i fanghi tossici lasciati abbandonati per anni dopo la fuga negli Stati Uniti dei responsabili della società e non propriamente contrassegnati, causando malformazioni e neoplasie nei neonati. Parlando con la gente del luogo, appare lampante che la memoria dell’incidente sia stata cancellata e la scarsa informazione faccia sì che si viva ancora a stretto contatto con i veleni. Solo la costante opera delle ONG impegnate sul posto sta riportando degna visibilità alle migliaia di malati e ridando speranza alla battaglia per la bonifica del terreno e per il risarcimento alle vittime.

Ad oggi, la burocrazia del diritto internazionale e la connivenza dei governi statunitense e indiano, hanno permesso alla società di non divulgare informazioni circa il trattamento per i casi di intossicazione da MIC, con la scusa di non voler rivelare materiale riservato. Warren Anderson, allora presidente della Union Carbide, risulta latitante e ricercato dall’Interpol, mentre continua a vivere una vita da pensionato di lusso tra golf club e villa con giardino negli Stati Uniti, nonostante tra India e USA viga un accordo per l’estradizione dei criminali.
Furono pagati 470 milioni di dollari dalla Union Carbide, meno di una tazza di té a persona per ogni giorno di sofferenza dal giorno del disastro. Un’inezia, se si pensa a rimborsi risultati enormemente sottostimati come quello della ExxonMobil per lo sversamento di petrolio della Exxon Valdez nel 1989, valso oltre 5 miliardi di dollari, che paradossalmente occupa il trentesimo posto nella triste classifica dei disastri più imponenti dell’attività umana sul nostro pianeta.

Da anni l’ICJB (International Campaign for Justice in Bhopal), sigla che riunisce circa 20 ONG, lotta perché venga fatta giustizia e venga protetta la salute della popolazione. A noi spetta l’imperativo etico di imparare dagli errori del passato e non permettere che si ripetano, particolarmente se frutto di negligenza o avidità imprenditoriale.
C’è da chiedersi se i nostri politici e dirigenti siano poi così attenti all’interesse della comunità o se il loro imperativo sia quello di foraggiare le lobby industriali di amici e colleghi riparandosi, come in un coro a bocche chiuse, dietro le garanzie degli stessi interessati sull’affidabilità e la sicurezza di questi impianti.