L’Agenzia delle Entrate sta facendo circolare un nuovo software, scaricabile gratuitamente da Web, il Redditest, con il quale è possibile verificare la coerenza del reddito familiare col proprio stile di vita (mutuo, spese mediche e d’istruzione, auto e moto, vacanze, ecc.).

La prima domanda che il cittadino avveduto si pone è la seguente: «Perché?». Se ha dichiarato regolarmente i suoi redditi non dovrebbero esserci problemi. Saranno affari suoi se, con quel reddito, riesce a mantenere un certo livello di vita.

Ma se non l’ha fatto, se ha “dimenticato” qualcosa, allora il Redditest serve a metterlo in guardia, a fargli capire che così non va. È probabile che l’intenzione del Fisco sia quella di spingere al ravvedimento, insomma a far dichiarare il giusto, al fine di rientrare nei parametri e stare tranquillo.

Sempre che (sospettosi come siamo) non serva invece al contrario, a occultare meglio le spese superflue, quelle più sfacciatamente indicative di un’alta e improbabile qualità di vita.

La fantasia offre le soluzioni più svariate: dal farsi pagare le vacanze da qualcun altro al farsi regalare la casa, magari a propria insaputa.

Ma non è divertente. Se si prova a eseguire il Redditest, può accadere che il risultato sia di un bel rosso acceso, anche in presenza di una dichiarazione veritiera. Conseguenza inevitabile è una sensazione di disagio, un senso di colpa, che si presta a qualche considerazione di natura sociologica.

Ogni marchingegno anonimo e non contestualizzato, come questo, spinge verso una “normalizzazione”. Incasella gli individui entro schemi convenzionali che non rispondono alla realtà dei singoli casi e li fa sentire inadeguati, se non rispondono ai parametri prefigurati. Non è cosa da poco.

A differenza della statistica, che calcola il valore medio risultante dalla somma di tutte le variabili presenti, qui si parte dal principio opposto: dato il valore medio, si considerano anomali, aberranti, tutti coloro che non vi rientrano.

L’idea che ne emerge è una sorta di aspirazione alienante verso una società omogeneizzata e controllata, dove le differenze siano colpevolizzate e represse. Non già in funzione del principio democratico dell’uguaglianza, bensì della parità fiscale. Una società dove potrà levarsi un nuovo e più bruciante insulto: «Incoerente!»