“È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film”. Con queste parole il regista inglese Ken Loach ha annunciato che non parteciperà al festival cinematografico di Torino che inizia domani e dove era atteso come ospite d’onore. In una lettera il regista ha spiegato di essere stato contattato dai lavoratori del Museo Nazionale del Cinema, l’ente che amministra la kermesse, che gli hanno denunciato intimidazioni, maltrattamenti e licenziamenti conseguenti alla loro esternalizzazione. “Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, ‘Il Pane e le Rose’ (Bread and Roses). Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita” ha spiegato Loach.

Le sue parole e il suo gesto hanno però creato tanto imbarazzo al festival torinese e ai suoi organizzatori da costringere questa mattina il suo direttore, Gianni Amelio, ad una risposta piccata: “Con tutta la stima per Ken Loach e il suo cinema, la sua reazione è massimalista, sbagliata, in qualche modo aristocratica e autolesionista”. Ha dichiarato Amelio a ‘la Repubblica’, ammettendo invece di apprezzare la scelta fatta da Ettore Scola, altro maestro del cinema, che avrebbe dovuto ricevere il premio insieme a Loach. “Scola sarà a Torino, incontrerà i lavoratori sul palco, ascolterà pubblicamente le loro ragioni” ha continuato Amelio, secondo il quale la presenza di Loach “sarebbe stata molto più utile proprio alla causa dei lavoratori”.

Anche Scola, tirato per la giacchetta dalle polemiche, ha dovuto spiegare le ragioni del suo mancato rifiuto “Sono stato contattato da un gruppo di lavoratori del Museo del Cinema di Torino  –  ha scritto in una nota il regista di “C’eravamo tanto amati”  –  che hanno lamentato le proprie condizioni, anche in seguito al licenziamento di uno di loro. Mi invitavano a rifiutare il premio che il Festival torinese mi aveva attribuito, ma io ho risposto loro che la mia assenza avrebbe creato un danno alla rassegna che invece ho sempre stimato, e non avrebbe portato nessun beneficio alla loro condizione “.

Intanto però la decisione di Loach ha avuto l’effetto di portare sulla ribalta nazionale la storia dei lavoratori della cooperativa Rear, altrimenti ignorati dai media nazionali e locali. Ed è toccato al regista inglese il compito di scrivere parole severe sul fenomeno dell’esternalizzazione, diffusissimo anche in Italia “l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili”.

Dal canto suo il Museo ha immediatamente diramato una risposta al comunicato di Loach, dicendosi dispiaciuto di constatare che il regista “al quale va da sempre la nostra ammirazione, sia stato male informato al punto da formulare riserve su comportamenti del Museo Nazionale del Cinema che non corrispondono in alcun modo alla realtà dei fatti”. Ha poi aggiunto che l’esternalizzazione è avvenuta secondo le norme di legge e che “Il Museo non può essere ritenuto responsabile de comportanti di terzi, né direttamente né indirettamente”.