“Non volevamo che accadesse”. È la frase di rito del conduttore, più o meno basito, quando il talk show trascende. Come lunedì mattina, ad Agorà su RaiTre, tra Ferruccio Sansa e Fabrizio Rondolino. Senz’altro Andrea Vianello, professionista serio e garbato, era sincero. Eppure quella frase è la meno adatta a chiudere uno scazzo catodico, poiché – salvo rari casi – il talk show vive sperando che quel “qualcosa” accada. Ancor più nell’era di Youtube.

Qualche giorno fa, su Twitter, Enrico Mentana notava come di nove ore di diretta – sulle elezioni americane – fossero rimaste soltanto le esagerazioni di Giuliano Ferrara. Inevitabile quanto fatale: lo scontro oscura il contenuto. Se una riga del bon ton esiste, occorre calpestarla: la curva dello share ne beneficerà. C’è chi lo dichiara e chi no, ma il dato resta. Più del talk show conta il casting. È come in un film. Deve esserci il garantista. E poi il giustizialista. Il “grillino”. Il piddino. L’amazzone berlusconiana. La donna del popolo. Il montiano. E infine il provocatore. Colui che genera la scintilla, che dice parolacce: che fa casino.

L’ex dalemiano Rondolino, in sé, non è rilevante. Uno Sgarbino – si presume – meno caro. Conta, casomai, il ruolo che più o meno volontariamente incarna. Quando si scomodano i Facci o i Rondolino, non si esige da loro un contenuto (ammesso che esista). Bensì la sclerata. A quel punto hai due strade. O te ne vai, come Sansa. Oppure scendi nella mischia. Con Rondolino è facile, perché finisci con l’avere ragione anche le rare volte in cui hai torto. In altri casi il garbo può uscire svilito dall’urlo. Il talk show è uno sport come un altro: se non sei allenato, è un massacro (ecco perché Grillo non vuole che i suoi ci partecipino). Occorrono ego, prossemica, scaltrezza. Cinismo. Per ultimo, e solo per ultimo, argomentazioni.

Il talk show non può scusarsi della rissa, poiché della rissa vive. Se chiami le Santanchè – di cui Rondolino è casualmente spin doctor – qualcosa verrà fuori. Oltretutto il centrodestra italiano è quello che è, e non puoi chiamare solo i Crosetto. Esistono, al di là di qualche puntata storta, luoghi salvi: dallo stesso Agorà a Coffee Break, da Omnibus a Otto e mezzo, da Servizio Pubblico a Piazza Pulita. E la lista è certo parziale. Ma è anche vero che, se si insegue il contenuto a svantaggio della canizza, partono le lamentele. Quando un anno fa Santoro ha abbassato i toni a Servizio Pubblico, è stato ritenuto noioso. Giovedì scorso ha chiamato Briatore, sicuro delle sportellate con le “maestrine”: record di ascolti. Gad Lerner ha sempre avuto il merito di rifuggire la rissa, ma gli ascolti de L’infedele piangono e a volte lo sbadiglio è inevitabile. È il pubblico per primo a “volere il sangue”. C’è poi la totale disabitudine alla domanda puntuta. Non appena ne fai una, passi per eversivo. È accaduto a John Peter Sloan, non esattamente Majakowskij, e ai giornalisti “italieni” di Parodi Live.

In pochi giorni hanno fatto inviperire Biancofiore, Sgarbi e Formigoni (si noti, anche qui, la caratura degli invitati ). Come ha scritto Michele Serra su Repubblica, se il guastatore interpreta bene la parte non solo non lo internano: lo omaggiano. Al netto delle ipocrisie, strade maestre non si scorgono. Se non due. La prima è chiedere anticipatamente chi è stato invitato con te: sarà sufficiente per intuire il tenore del dibattito. La seconda – e non è una battuta – è fare l’antidoping a tutti gli invitati. Prima della diretta. Forse qualche sedia resterebbe vuota. Di sicuro i talk show somiglierebbero un po’ meno al circo.

Il Fatto Quotidiano, 21 Novembre 2012