Nuovo scontro tra Alfano e Bersani sul voto regionale. Il segretario del Pdl ha scaricato sul leader Pd il peso di una eventuale crisi di governo: “Molto dipende da Bersani, se insiste a voler mettere una tassa di 100 milioni di euro sulle spalle degli italiani”. Il riferimento è ai costi che deriverebbero dall’organizzazione di due diverse tornate elettorali (le politiche sono al momento previste ad aprile). Alfano ha ribattuto anche al presidente del Senato Renato Schifani, che aveva chiesto una mediazione sul tema: “La mediazione non spetta a noi ma al governo. Io non ho nulla da mediare”. Insomma, il Pdl alza le barricate sulla data del voto, intenzionato a non cedere sulla data del 10 e 11 febbraio fissata dal Viminale.

Nell’ennesima giornata convulsa, Alfano prima ha disdetto e poi riconfermato l’incontro a tre con Bersani e Casini in programma alla assemblea annuale della Cna all’auditorium della Conciliazione. Quando nessuno si aspettava più il suo arrivo, le agenzie hanno battuto la marcia indietro: Alfano va. Il segretario, del resto aveva i vertici del partito in via dell’Umiltà per cercare di trovare una via d’uscita alla situazione sempre più incerta. Da un lato le tensioni interne in vista delle primarie. Dall’altro la necessità di verificare concretamente la minaccia – rimasta sul tavolo per tutta la giornata di ieri nel confronto a distanza con Pier Luigi Bersani – al momento poco perseguibile, di far mancare il sostegno al governo se non verrà rivista la decisione sul voto.

Lo stesso Alfano, durante la tavola rotonda della Cna ha ribadito il concetto: “Facciamo una valutazione di assoluto buon senso, le elezioni politiche dovrebbero tenersi il 7 aprile e il governo ci viene a dire che le regionali dovrebbero svolgersi l’11 febbraio. ma le liste per le politiche si presentano il 7 marzo. E noi spendiamo 100 milioni di euro per votare in tre regioni 27 giorni prima delle liste per le politiche? A me pare una follia buttare tutti questi soldi e fare 5 mesi di campagna elettorale. Io non ho il problema di anticipare il voto politico, per me va bene qualsiasi data da scegliere di concerto con il Presidente della Repubblica, ma non buttiamo questi soldi”.

Eppure, al di là delle affermazioni sui costi – nel 2011 l’allora governo Berlusconi non ebbe nessun problema a separare voto comunale e referendum nel tentativo di far fallire questi ultimi – la sostanza politica è che il Pdl si trova semplicemente impreparato ad affrontare un voto regionale così vicino. In Lombardia il nodo più difficile ruota attorno alla candidatura al pirellone di Gabriele Albertini. Ancora stamattina l’ex sindaco di Milano si è detto indisponibile a restare nel partito se questo sceglierà di sostenere la candidatura di Roberto Maroni: “Se il Pdl sosterrà un altro candidato, che penso sia Maroni, potrei anche restituire la tessera”, ha detto. La candidatura del segretario leghista, in verità, è sgradita anche al governatore uscente Formigoni, ma è ritenuta fondamentale a via dell’Umiltà per tornare a parlare di alleanze in chiave elettorale. Anche perché il nome di Albertini non sembra raccogliere il gradimento dell’Udc, sempre più nel mezzo della battaglia tra gli schieramenti. Non va meglio nel Lazio, dove la debacle della giunta Polverini non sembra lasciare molte speranze di rimonta contro il presidente Pd della Provincia Nicola Zingaretti.

Così come appare spuntata, al momento, la minaccia di far cadere il governo Monti. Andando alla conta, il Pdl lascerebbe sul campo molti dei suoi onorevoli, indisponibili a trovare l’incidente per far cadere l’esecutivo, mentre il Carroccio non aspetta altro per recuperare consenso di fronte al proprio elettorato. A farne le spese sarebbe soprattutto la legge elettorale, mentre Alfano ha garantito di non volersi mettere di traverso sulla legge di stabilità, approdata in aula stamattina dopo la seduta fiume in commissione di questa notte. Non è detto che Berlusconi sia disposto a rischiare il voto anticipato con una macchina elettorale ancora informe. Tra le ipotesi di candidatura della figlia Marina – che spaventa non poco l’ala più strutturata del partito – le voci sulla figlia Barbara – più gradita all’ex premier ma apparentemente per nulla intenzionata a entrare in politica – e la famigerata ma ancora embrionale lista degli imprenditori capitanata da Gianpiero Samorì, l’ex premier non ha ancora trovato una via d’uscita che rinnovi il suo appannato consenso. Mentre è possibile che il governo decida di accelerare sulla legge elettorale e forzare i partiti ad arrivare a un punto fermo.

Proprio sulla legge elettorale si concentra l’Udc di Casini. Parlando alla assemblea della Cna il leader centrista ha però aperto sul voto anticipato: “Al di là della disputa sulla data delle elezioni, ma se si sfasano le regionali e le politiche abbiamo 5 mesi di campagna elettorale con la paralisi dell’azione del governo, io credo che fare una legge elettorale e andare subito al voto è un vantaggio per tutti. Fare la legge elettorale – ha aggiunto – non è impossibile, ho criticato l’idea che si dovesse raggiungere un’intesa piena prima di partire perché così l’intesa non si troverà mai. Oggi il rischio è che il premio di maggioranza si traduca nel 20% che francamente mi sembra sproporzionato. Giusto il premio di governabilità cospicuo per il partito che ha ottenuto più voti per consentirgli di tessere alleanze. Nessuno vuole fare leggi a maggioranza, ma credo sia possibile raggiungere un’intesa perché francamente tra votare a aprile e fine febbraio non cambia molto ma solo che il paese è in condizione di esprimere il governo e superare una fase che obiettivamente è di incertezza”,  ha concluso Casini.

A fronte di questa situazione, il segretario del Pd è stato laconico con chi gli chiedeva del rischio di voto anticipato. “Credo e spero proprio di no”, ha detto arrivando all’assemblea della Cna. Per poi aggiungere: “Se qualcuno vuole considerare di tenere in anticipo le elezioni politiche, si preoccupi di fare la legge elettorale e non polemiche”. Poi, dal palco della Cna, il segretario Pd ha allargato l’analisi: “Cerchiamo di stare ai fatti, legge alla mano, per le regioni bisogna andare a votare. Ora, la data delle elezioni politiche è a scadenza naturale, salvo riflessioni che vengano da presidente della Repubblica o dal governo. Ma queste riflessioni sono legate alla legge elettorale. Non è questione di spese perché il Lazio – ha detto rivolgendosi ad Alfano – ha già perso 650 milioni di euro di fondi europei, quindi il problema non si pone, l’election day significa anticipare il voto e questo non è nelle nostre mani. Nelle nostre mani c’è fare la legge elettorale. Questo tocca a noi”.