Già in estate avevo avuto occasione di esprimere le mie perplessità su come si stava andando verso queste primarie, sul clima confuso e poco sereno che ne avvolgeva le prime avvisaglie. Si era ancora lontani da ogni discussione concreta quando, il 21 luglio scorso, ho deciso di accettare l’unanime richiesta del Pd del Friuli Venezia Giulia affinché mi candidassi a presidente della Regione. Una decisione che mi ha fatto subito e senza remore scegliere di restare fuori dagli schieramenti che ora si stanno fronteggiando: sono infatti convinta che ci si debba far carico del senso delle priorità e della responsabilità che ci si assume: nel mio caso la riconquista al centrosinistra di una regione del nord storicamente “difficile”.

Oggi, non posso che guardare con rinnovata preoccupazione a quanto sta accadendo. Il dibattito interno al Pd ha sicuramente fatto emergere con più forza aspetti che sento particolarmente importanti e miei, come quello del ricambio della classe dirigente, contagiando a mio avviso positivamente anche il centrodestra. Eppure, così non va. Dobbiamo rapidamente ricondurre i toni nell’alveo di un confronto più sereno, in cui le idee politiche e programmatiche non siano soffocate dalle bordate esplose quotidianamente da una parte o dall’altra. Possiamo credere che i cittadini-elettori si riconoscano in un partito dove si disputa in punta di regolamento? O dove la ricerca più spasmodica è indirizzata a trovare un punto debole dell’avversario per metterlo in difficoltà?

Ho temuto che le primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra si trasformassero in una corsa al posizionamento, e che alla fine avremmo celebrato un congresso di partito sotto mentite spoglie, in cui per di più si votano solo pochi nomi. I titoli dei giornali di questi giorni non spazzano via i miei timori. Voglio però credere con estrema determinazione che siamo ancora in tempo per cambiare registro, e che offriremo agli elettori, i nostri tradizionali e quelli potenziali, una diversa rappresentazione del Pd.

 

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