Immaginiamo l’orrore più orripilante: stufa di aggirarsi tra i cateteri, Daniela Santanché decide di procurarsi un boyfriend meno attempato e/o pelato di quelli che sta frequentando. Per questo si reca nel nuovo club che frequenta dopo la chiusura del Billionaire: quello dei rottamatori. Alza la bazza a rostro fiutando il territorio circostante e chi ti trova? Un giovanottone pettinato con basetta e ciuffo tipo il Gianni Morandi quando andava a prendere il latte: il bambino prodigio, in politica da svariati decenni, Matteo Renzi detto “adesso” (ma adesso che cosa? Un ragionamento serio o una “zingarata”, scuola “Amici miei”?).

Alla vista di cotanta fresca beltà toscana, le corde del collo della cuneese al rum si tendono d’eccitazione (e anche per una piccola disidratazione dell’epidermide in loco: ricordarsi la visita settimanale dal chirurgo plastico…). Ma il putto fiorentino comincia subito a squittire come un leprotto, a grugnire da maialetto: lui è casto quanto un Roberto Formigoni d’annata, consacrato alla memoria del sindaco santo Giorgio La Pira, al pop e ai camper con cui andare alla conquista dei grulli sparsi per l’Italia (quelli che fanno la tara all’età anagrafica e non a quella delle idee: altrimenti scoprirebbero che le tesi renziane sono giurassiche). Al massimo si potrà coltivare virtù platoniche e affinità elettive. Sempre che ti sfagioli l’antica saggezza isolana, riportata a nuovo dalla rampante criminalità organizzata con cui è saggio (e trendy) “imparare a convivere”: il motto immortale “comandare è meglio che fottere”. Nella cupola di Trinacria, in quel delle isole Cayman come sotto l’emblema del giglio.

Davanti a una dimostrazione di tale maturità e paraculaggine la regina di antiche balere non trattiene più il proprio entusiasmo: che ometto straordinario! Ne predicherà immediatamente il sacro verbo dalle sue parti (la redazione-bunker de Il Giornale, la sala da lap-dance di Arcore con palo annesso e nipote di qualche ministro magrebino attaccata, il set televisivo di Briatore, in cui il suo antico conterraneo della Provincia Granda fa la caricatura della caricatura Donald Trump) nella logica antibersaniana del “viaggiare separati e colpire uniti” (a dirlo era il compagno Mao o il camerata Julius Evola?).

Insomma, quello tra la Daniela e il Matteo è un vero incontro d’amore. In bianco, ma sincero. Visto che entrambi sono il prodotto compiuto di una sintesi epocale: quella tra il regno del finto (consacrato dall’avvento del reality mediatico in quanto costruzione degli immaginari) e il regno del falso (asceso al ciel dei cieli dello spirito dei tempi con la trasformazione ultimata della politica in promopubblicità).

Il duplice regno unificato a suo tempo dal Re Lear in sedicesimo Silvio Berlusconi e ora minacciato dal Fortebraccio conquistatore Beppe Grillo: due signori della guerra dei virtuali. Che hanno dominato e domineranno per l’incredibile pochezza delle forze schierate nel campo della politica reale. Che le Santanché e i Renzi hanno buon gioco a pretendere di rottamare; svolgendo la parte che più gli si addice: quella del Maramaldo; appurato che i rottamandi si sono rottamati da soli.

Per questo motivo la plasticata fanciulla e il giovanotto alla ribollita si piacciono tanto: senza saperlo entrambi sono figli di Guy Debord, che cinque lustri fa scriveva “La società dello spettacolo”. Una bibbia per gli arrampicatori – di volta in volta – visti all’opera in questi anni: «lo spettacolo è la principale produzione della società attuale» (Tesi 15). Difatti sono anch’essi dei “situazionisti”, come si definiva Debord.

Soltanto che per il massmediologo francese “situazionismo” significava l’adesione a un’Internazionale che negli anni Sessanta operò allo scopo di riportare la contestazione rivoluzionaria nella società moderna, poi confluita nel Sessantotto parigino; per loro è solo sinonimo di nient’altro che del più cinico e sfacciato opportunismo.