La politica fiscale, la scelta di chi e come tassare per reperire le risorse indispensabili ai servizi pubblici e alla salvaguardia del bene comune, rappresenta, almeno dal momento della nascita degli Stati moderni, ma per molti versi anche da prima e quindi da tempi immemorabili, un punto di estrema importanza per stabilire la vera natura di un governo, di uno Stato, di una classe dominante.

Da questo punto di vista lo Stato italiano non ha mai brillato né per equità, né per efficacia. Dai tempi dell’infame tassa sul macinato, che gravava in modo indistinto su tutti i bilanci familiari, colpendo ovviamente duramente i poveri e rappresentando un onere trascurabile per i ricchi, non può certo dirsi che le cose siano cambiate granché. Ciò, nonostante l’esistenza di una precisa disposizione costituzionale, l‘art. 53, a norma del quale “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Disposizione, come molte altre, complessivamente ignorata dal legislatore.  

Prova ne sia l’attuale sistema fiscale italiano. Anche a prescindere dallo scandaloso fenomeno dell’evasione fiscale, esso infatti non presenta affatto i caratteri che dovrebbe presentare se la disposizione costituzionale appena citata venisse davvero applicata. Ne risulta un sistema estremamente macchinoso, iniquo ed inefficiente. Questo anche perché, come sottolineato dal Rapporto sui diritti globali 2011, poiché “tassa del solo 12,5% le rendite e trascura piani di intervento contro l’economia sommersa dedicandosi ai condoni”. La “disattenzione” nei confronti della finanza e dei suoi guadagni eccessivi e non meritati costituisce peraltro un tratto distintivo condiviso con molti altri sistemi, data la forza della lobby che li difende. Vedremo ora se la Tobin Tax sulla finanza deliberata dall’Unione europea con la procedura di cooperazione rafforzata avrà dei seguiti effettivi e quali.

Qui voglio peraltro richiamare l’attenzione su di uno sviluppo più recente e di per sé estremamente inquietante. E cioè la decisione del governo Monti di elevare di un punto l’Iva per compensare l’abbassamento di alcune aliquote Irpef. Come scrive Alfonso Gianni sul manifesto dell’11 ottobre scorso, “la riduzione dell’Irpef dovrebbe portare a un risparmio medio di circa 187 euro a persona su una platea di 30 milioni di contribuenti. Ma questo avverrebbe senza sostanziali differenze tra redditi alti e bassi.

Infatti, in virtù del meccanismo progressivo a scaglioni, del taglio delle aliquote beneficeranno tanto i redditi fino a 28mila euro quanto quelli fino a 75mila euro”. Mentre l’aumento dell’Iva, prosegue Gianni, che interviene fra l’altro nel momento in cui il potere d’acquisto dei salari diminuisce di un altro 41%, colpirà sostanzialmente i settori più poveri, per i quali “anche un modesto incremento dei prezzi può rivelarsi fatale e ridurre in modo vitalmente sensibile la loro capacità di consumo di beni essenziali”. Ad essa si sono aggiunte, nel testo finale della cosiddetta legge di stabilità, ulteriori misure inique volte a penalizzare i ceti più deboli, cioè la maggioranza degli Italiani. Con conseguenze estremamente negativi anche per l’insieme dell’economia, che non può certo essere alimentata esclusivamente dal consumo di beni di lusso, neanche se ci trasformassimo tutti in valletti, camerieri, escort e simili.

Di tassare la finanza e i ricchi, seguendo in questo il pur timido esempio di Hollande, ovviamente non si parla. Monti e il suo plotone di tecnici, insomma, si confermano, anche su questo piano, dei veri campioni della lotta di classe dei ricchi contro i poveri, la quale, secondo Luciano Gallino, costituisce uno dei caratteri salienti della nostra epoca.

Una lotta di classe tanto spudorata la vorrebbe condurre, sul piano internazionale, uno come Romney, che propone in effetti di salvaguardare le esenzioni fiscali per i ricchi e taccia di parassitismo gran parte della popolazione statunitense. Qui da noi non sono necessarie prese di posizioni roboanti. Si raggiungono gli stessi scopi grazie all’opera discreta ma efficace di Mario Monti, banchiere e paladino dei ricchi e dei privilegiati. 

E noi, che ricchi non siamo, quando scenderemo in campo? O continueremo ad assistere passivamente alla devastazione dello Stato sociale e all’opera deplorevole di questi invasati Robin Hood alla rovescia, spalleggiati da praticamente tutto l’arco politico, Pdl e Pd in testa?