La dichiarazione fatta alcuni giorni fa da Giorgio Squinzi, secondo cui le imprese raccolte in Confindustria sarebbero felici di rinunciare a tutti i sussidi e aiuti di Stato che ricevono in cambio d’una pari riduzione del carico fiscale a cui sono sottoposte, ha un valore storico. Invece è già sparita dal dibattito pubblico. Perché l’idea di ridurre le imposte sulle imprese in cambio di una riduzione dei sussidi alle medesime si fonda su un insegnamento economico che la classe politica di questo Paese ha sempre ignorato, uno dei grandi errori strutturali che sono alla radice del declino italiano. Quello che occorre fermare cambiando classe politica, appunto.

I sussidi pubblici alle imprese in difficoltà sono un grave errore perché devono essere pagati da chi in difficoltà non è. Questo penalizza (attraverso l’aumento di costi che l’imposta addizionale genera) chi è produttivo e capace mentre favorisce chi non lo è, inducendolo a continuare a produrre male o a produrre cose che non servono. Poiché lo sviluppo economico viene proprio e solo dall’utilizzazione dei fattori produttivi (capitale, lavoro e conoscenza) nella produzione di cose che i consumatori vogliono acquistare a dei prezzi che coprano i costi e dalla contemporanea non utilizzazione di quegli stessi fattori per produrre le cose che i consumatori non vogliono acquistare al prezzo di costo, ne segue che la politica dei pubblici sussidi distrugge crescita e genera declino per definizione. Favorisce chi non è produttivo, rendendolo alla lunga in un parassita, mentre danneggia chi è produttivo, forzandolo o a diventare anch’egli un parassita o ad andarsene altrove. Esattamente quello che vediamo accadere in Italia da più di un decennio e a un ritmo accelerato dal 2008 in avanti. La dichiarazione di Squinzi rappresenta un evento storico proprio perché questo orrendo errore è radicato nella politica e nella cultura nazionali.

Da almeno quarant’anni si adottano politiche secondo cui, in nome della difesa dell’occupazione o del mantenimento nel paese di imprese “simbolo”, è bene sussidiare imprese decotte quando grandi abbastanza da avere rilevanza politico-sindacale. L’argomento fintamente “generoso” (aiutare chi è “in difficoltà” togliendo a chi è più “fortunato”) è il prodotto di quello che, sul blog NoiseFromAmerika, chiamiamo il “modello superfisso”, ossia l’idea secondo cui la realtà economica è immutabile e le persone non rispondono agli incentivi. Se fai i panettoni male e di cattiva qualità, quello è per sempre il destino che t’è stato assegnato da un dio cattivo. Non puoi cambiare lavoro o prodotto o metodo di produzione. Sei condannato a essere improduttivo e a diventare, quindi, un parassita sulle spalle degli altri. Viceversa, se sei produttivo continuerai a esserlo anche se ti massacrano di tasse, e da te colerà sempre il grasso da trasferire a chi mi sia politicamente utile. Ma questa è una baggianata: chi ne ha l’incentivo diventa parassita per iniziativa personale e chi è produttivo si rifiuta d’essere massacrato dalle tasse chiudendo o fuggendo. Il risultato è un paese in declino perché il numero dei parassiti è cresciuto a dismisura rispetto a quello dei produttori.

L’esempio è la Fiat: sino a pochi anni fa ha ricevuto quantità esorbitanti di aiuti pubblici sotto ogni forma o trucco e con il consenso dell’intero arco parlamentare. Ora che tali sussidi si sono ridotti a ben poco e le trasformazioni del mercato mondiale dell’auto lo impongono, Fiat che fa? Da un lato si globalizza, magari per andare a lucrare i sussidi pubblici di altri paesi pronti a compiere i nostri stessi errori, e dall’altro tratta con il governo Monti ponendo il solito ricatto: forse manteniamo qualcosa qui se ci date altri sussidi. Tale condotta viene criticata da varie parti chiedendo alla Fiat di mantenere comunque i livelli di occupazione in Italia in base al fatto che i contribuenti italiani se la sono “comprata” (con i sussidi di cui sopra) già più di una volta. Vero, ma irrilevante. Quei sussidi non si sono trasformati né in capitale né in ricerca e sviluppo oggi utilizzabili. Se ne sono andati, anno dopo anno, a coprire la differenza fra costi e ricavi correnti, ossia sono finiti in salari di dipendenti (dall’ultimo degli apprendisti sino all’amministratore delegato) e guadagni degli azionisti che quei redditi di certo non restituiranno.

Morale: prendere Squinzi in parola, cancellare i sussidi e ridurre le imposte su lavoro e impresa di un’identico ammontare. Così i produttori avranno un incentivo per restare tali e restare in Italia e i parassiti per smettere di esserlo e sforzarsi, magari, di diventare produttori anche loro.

Il Fatto Quotidiano, 11 Ottobre 2012