La notizia è il maxi-sconto sulla squalifica ad Antonio Conte. Il nodo vero, profondo, sta nella gestione del suo caso, che è lo specchio della confusione della giustizia sportiva.

Primo, fondamentale punto: se la procura federale era davvero convinta che Conte avesse riferito a giocatori della sua squadra, il Siena, di combine contro il Novara e l’Albinoleffe, doveva chiederne la condanna per illecito sportivo e non per omessa denuncia. Imputazione (o meglio incolpazione, nel gergo dei giudici del pallone) molto più grave (vale minimo tre anni di squalifica), che però corrispondeva a quella tesi accusatoria, basata sulle accuse del pentito Filippo Carobbio. Optando per l’omessa denuncia, la procura ha dato l’impressione di non credere troppo alla sua tesi. O di non voler calcare la mano.

Poi, dopo la tragicomica trattativa sul patteggiamento, si arrivò ai dieci mesi di squalifica, per due episodi. In appello, la Corte di Giustizia federale aveva cancellato l’imputazione per l’Albinoleffe, confermando però  i dieci mesi di squalifica. Almeno bizzarro. Evitabile, invece, la dichiarazione di uno dei giudici della Corte, Sandulli: “A Conte è andata anche bene”. Della serie: puoi pensarlo, ma è davvero meglio non dirlo. Poi si è arrivati al Tnas. Voci di trattative, spifferi su quattro-cinque mesi di squalifica, e alla fine sei mesi di sconto. Solo a rileggerla, per sommi capi, la storia non fila.

Conte può essere innocente o colpevole, e stabilirlo non pare semplice. Ma quella di un processo con troppe contraddizioni, omissioni o strani calcoli, è una sensazione che confina con la certezza: di una giustizia sportiva da ripensare, totalmente.