La prosa di Dreyfus è proprio quella di Betulla: stesso periodare spezzato, stesso gusto melodrammatico, stessa compulsione a sceneggiare scene che non ha visto. “Un ginecologo le ha estirpato il figlio e lo ha buttato via”, scrive Dreyfus sulla prima pagina di Libero il 18 febbraio 2007. “Lei proprio non voleva, si divincolava… Aveva gridato invano: ‘Se uccidete mio figlio, mi uccido anch’io’”. In realtà, la ragazzina tredicenne con problemi di droga, rimasta incinta, aveva firmato, insieme a sua madre, la richiesta di poter abortire. Betulla, ovvero Renato Farina, nell’estate 2004 aveva raccontato su Libero un’altra scena impossibile: “Verso le 18 di giovedì, alla scadenza dell’ultimatum, Enzo viene bendato… Baldoni si strappa la benda, getta la kefiah palestinese che gli avevano messo indosso. E si batte… mentre Enzo si contorce e grida, gli sparano alla schiena, alla testa”. È il racconto della morte di Enzo Baldoni, giornalista rapito e ucciso in Iraq il 26 agosto 2004. Anche qui, c’è qualcuno che si divincola. Peccato che la scena sia del tutto inventata. Peggio: costruita su misura, su ordine degli uomini che guidavano il Sismi, per dimostrare che il servizio segreto militare italiano era a un passo dall’ottenere la liberazione di Baldoni, ma questi aveva rovinato tutto ribellandosi e tentando una fuga impossibile.

Il Sismi di Nicolò Pollari e Pio Pompa in quei giorni aveva messo in giro la favola di un video che ritraeva la scena. Farina addirittura la racconta. Ma era solo un’intossicazione informativa: il video non esisteva. Ad Al Jazeera era stato mandato dai rapitori un solo, drammatico fotogramma di Enzo morto. Così Baldoni è stato ucciso due volte. La prima dai terroristi dell’Esercito islamico dell’Iraq. La seconda da chi lo ha raccontato, su Libero di Vittorio Feltri, come “un pirlacchione”, un perdigiorno a caccia d’emozioni, sotto l’incredibile titolo di prima pagina “Vacanze intelligenti”. Morto infine solo a causa della sua irruenza e dabbenaggine (in realtà, Baldoni era stato rapito dentro un convoglio che viaggiava sotto le insegne della Croce rossa, considerate fino ad allora la più sicura delle bandiere).

Questa è solo la più sconvolgente delle operazioni di Renato Farina. Nato a Desio, Brianza velenosa, il 10 novembre 1954, Renato nel 1978 comincia a scrivere sul settimanale di area ciellina Il Sabato, su cui racconta, primo in Italia, delle apparizioni di Medugorje. Poi va a lavorare con Gad Lerner a Milano Italia e con Feltri (“un genio del giornalismo”) al Giornale e poi, da vicedirettore, a Libero.

Quando scoppia il caso di Abu Omar, l’imam rapito da agenti della Cia a Milano il 17 febbraio 2003, la procura milanese scopre il ruolo di alcuni giornalisti troppo “vicini” agli uomini del Sismi. Il più “vicino” di tutti è Farina, tanto “vicino” da collaborare con Pollari e Pompa, con il nome in codice “Betulla”, e da meritarsi un compenso: 30 mila euro, “ma era solo un rimborso spese”. Si vanta di aver dato una mano ai servizi segreti nella liberazione degli italiani rapiti in Iraq dopo Baldoni: nel 2004 Simona Pari e Simona Torretta, nel 2005 Giuliana Sgrena. I suoi mirabolanti contatti? Un giornalista della tv araba Al Jazeera, Imad El Atrache (agente “Cedro”). In realtà, il suo capolavoro è la diffusione nel 2006 di una notizia (falsa) ispirata da Pompa, funzionario del Sismi detto Shadow, l’ombra del direttore del servizio, Pollari. Romano Prodi, da presidente della Commissione europea, aveva autorizzato le “extraordinary renditions”, i rapimenti Cia dei sospetti terroristi: non è vero, ma così ordina Pompa e così scrive Betulla.

Farina scende in campo anche durante le indagini sul sequestro di Abu Omar. Con la sua specialità: spiare i magistrati. Su richiesta di Pompa, va dai pm che stanno indagando sul rapimento, Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Chiede loro un’intervista, mellifluo e sorridente. Ma il suo scopo era cercare di capire che cosa i magistrati sapevano del coinvolgimento del Sismi, per riferirlo a Pompa e Pollari. Spataro e Pomarici fanno finta di stare al gioco, ma avevano intercettato la telefonata in cui Pio Pompa, strapazzando Betulla, gli faceva “ripassare la lezione” prima della falsa intervista. Esilarante l’intercettazione in cui poi Farina fa rapporto a Pompa: “È stata un’ora di confronto durissimo… Ma io ho retto il colpo…”. Per questa sua impresa, viene accusato di favoreggiamento. Ne esce patteggiando una pena a sei mesi di reclusione. La legge vieta ai giornalisti di lavorare per i servizi. Così l’Ordine dei giornalisti di Milano sospende Farina per un anno. L’Ordine nazionale lo radia, ma lui gioca d’anticipo, andandosene prima. I ciellini del Meeting di Rimini lo acclamano come un eroe. Il centrodestra lo propone a Milano per l’Ambrogino d’oro. Silvio Berlusconi lo candida nel 2008 alla Camera. Il suo direttore, Feltri, lo tiene al giornale e continua a farlo scrivere. Come poi Alessandro Sallusti, che gli piazza in prima pagina l’articolo con le falsità sulla ragazzina, il giudice, l’aborto.

Il Fatto Quotidiano, 28 Settembre 2012