La commissione Anica ha selezionato il film italiano che potrà concorrere agli Oscar. Attenzione: il film in questione non è automaticamente “candidato”. Per esserlo deve essere scelto dall’Academy tra tutti i film in lingua straniera che i paesi presenteranno come loro portabandiera. Però, intanto, ha vinto il migliore. Cesare deve morire, Orso d’Oro all’ultimo festival di Berlino, ha meritoriamente battuto i concorrenti. La commissione – composta da Angelo Barbagallo, Nicola Borrelli, Francesco Bruni, Martha Capello, Lionello Cerri, Valerio De Paolis, Piera Detassis, Fulvio Lucisano e Paolo Mereghetti – lo ha preferito a opere più discusse e mediatiche ma meno riuscite come Bella addormentata di Bellocchio, E’ stato il figlio di Ciprì o Reality di Garrone.

Il film degli ottantenni fratelli Taviani ha infatti una caratteristica che lo mette sopra gli altri: partendo dal carcere di Rebibbia, affronta un tema universale in maniera comprensibile a ogni lato del globo e soprattutto non sfruttando l’italianità come fattore sociologico, come qualità esportabile, come  folklore da esibizione. Il provincialismo del cinema italiano non è nel punto di partenza – la provincia palermitana, Napoli o un caso che ci ha appassionato – ma nel punto di arrivo, ovvero nella messa in scena. Cesare deve morire toglie anziché aggiungere, sottrae e semplifica anziché ridondare, seleziona ciò che è universale e non insiste sulla cronaca dettagliata degli orrori tricolori. Con il risultato che quei camorristi carcerati, fotografati nel portare in scena il Giulio Cesare di Shakespeare, incarnano le lotte di potere che il Bardo raccontava, la violenza dell’uomo e pure la ragione per cui loro sono in galera. L’individuale sa farsi mondo, cosa che non riesce a fare il bravissimo Garrone con Reality. Proprio lui che ci era riuscito così bene con Gomorra, Bronx napoletano che anche un coreano o un cinese potevano riconoscere come una delle tante, feroci periferie planetarie.

Il difetto di tanti nostri film è, forse, voler raccontare troppo il nostro Paese, non usarlo come ineluttabile materiale, ma straparlarci sopra, finendo poi per rivolgersi solo al chi ci vive. Per fare film potenti, meglio prendere un’idea che sappia guardare il mondo in faccia, definirla, farla crescere e trarne le conseguenze nella sceneggiatura e nello stile di regia. Questo hanno fatto i Taviani, con il miglior film italiano dell’anno. Ora dovranno vedersela con gli altri, come Amour di Haneke, Palma d’Oro austriaca, o la commedia campione di incassi Quasi amici per la Francia. La corsa è appena iniziata.