Per due anni e mezzo la posizione “rigida” della Bce è servita come scusa ideale per coloro che volevano negare la natura strutturale ed essenzialmente politica di questa crisi. Costoro hanno usato la reticenza della Bce a un intervento diretto sui mercati del debito pubblico – meglio, a una “monetizzazione” di una parte del debito emesso dai paesi del Sud Europa – per argomentare che la colpa di quanto accade l’avevano gli speculatori, che la Bce non colpiva in modo duro abbastanza. Che, insomma, la crisi è tutta finanziaria e un’appropriata iniezione di moneta avrebbe risolto tutto e fatta ripartire la crescita.

Come ho argomentato più volte, la posizione della Bce non aveva nulla di rigido, ma rifletteva la necessità che i paesi dell’Ue si assumessero le proprie responsabilità politiche e avviassero un processo di adattamento dei meccanismi comunitari alla situazione che s’era venuta a determinare dal 2008. In ogni caso, ora che le condizioni per un ruolo diverso della Bce nel mercato del debito cominciano a esserci (un altro passo in avanti è stato fatto con la sentenza della Corte Suprema tedesca che ha sbloccato l’Ems), la speculazione non può più essere utilizzata per continuare a negare la realtà.

La quale, in Italia, Portogallo, Spagna e persino Francia, è costituita da milioni di disoccupati di lunga durata, dalla mancanza di crescita nel reddito personale, da un sistema bancario incapace di fornire il credito alle aziende che ne hanno bisogno, da aziende che invece di aprire chiudono e, finalmente, dal fatto che quasi tutti i conti pubblici sono in una situazione strutturalmente critica. Nessuno di questi problemi troverà soluzione perché la Bce interviene sul debito sovrano: se le cause permangono la Bce non fa differenza.

Dopo l’annuncio di Draghi, i governanti sono nudi e debbono ammettere che la palla è ora ufficialmente nel loro campo, come lo era sempre stata nei fatti. La palla si chiama crescita, il che spiega l’agitarsi dei ministri “tecnici” del governo Monti durante le ultime settimane. Tutti quelli fra loro che hanno qualche ambizione politica si sono inventati qualche uscita populista per dar l’impressione che sanno quello che fanno. Da Passera, il più attivo fra tutti, a Fornero e financo Profumo con i suoi “tablet per il Sud” è un fiorir di soldi pubblici spesi per farsi propaganda personale a suon di promesse vuote.

Ma ciò di cui vorrei occuparmi ora è un tema che – al contrario dei tablet e dei faraonici progetti su non ben identificate infrastrutture – è a costo zero per il bilancio pubblico e ha un potenziale impatto sulla crescita almeno dieci volte maggiore. Mi riferisco alla riforma del sistema finanziario, europeo e italiano in primis.

In buona parte dell’area euro, e in Italia da molto tempo, il sistema bancario non funziona. Questo ha svariate cause, ma vi è anzitutto un peccato originale: la politica monetaria passa attraverso il sistema finanziario e una politica monetaria europea non può funzionare in assenza di un sistema finanziario europeo. Quest’ultimo non esiste e non è solo una questione di regolazione, che lo è, ma soprattutto una questione di struttura del mercato. Consideriamo i due problemi più evidenti. Nel Sud Europa le banche razionano e sovraprezzano il credito. Questa è la causa principale delle recessioni in corso e si deve al fatto che le banche sono incapaci di acquisire liquidità a prezzi e quantità adeguate nel sistema interbancario internazionale a causa del deterioramento del loro portafoglio. In secondo luogo, come Draghi spesso sottolinea, il meccanismo di trasmissione della politica monetaria nella zona euro funziona male: le iniezioni di liquidità della Bce non sembrano alleviare le difficoltà finanziarie delle banche del Sud.

Questi due problemi hanno la stessa causa: abbiamo banche nazionali, non europee. Il sistema bancario di ognuno dei grandi paesi è dominato da banche che concentrano sia raccolta che impegni nel paese di “riferimento”.  Ci sono solo due soluzioni possibili. Abbandonare l’euro, reintroducendo banche centrali nazionali: un’ecatombe finanziaria per noi. L’altra è rendere europee le banche che oggi sono italiane o francesi, “europeizzando” i mercati bancari nazionali.

Una banca è europea solo se opera in modo relativamente uniforme in un certo numero di paesi dell’area dell’euro. Questo deve essere obiettivo di lungo periodo: un governo che avesse a cuore la crescita dovrebbe utilizzare il proprio peso politico perché il tema entri nell’agenda europea. Ma il nostro governo può fare di più e immediatamente. Può adottare legislazione che imponga alle fondazioni bancarie italiane di vendere le loro quote di controllo delle grandi banche nazionali favorendo l’entrata di investitori e banche d’altri paesi. Internazionalizzando la proprietà delle nostre banche avvierebbe il processo di europeizzazione del sistema bancario e, ricapitalizzandole, fornirebbe loro quella capacità di fare credito e attrarre liquidità di cui oggi difettano e che la nostra economia reale patisce. Aumenterebbe la concorrenza in un settore oligopolistico e inefficiente a beneficio di imprese e famiglie. Finalmente, toglierebbe dalle mani della casta politica un improprio strumento di potere e sottogoverno che fa solo danno alla società italiana.

Il Fatto Quotidiano, 20 Settembre 2012