Chi l’avrebbe mai detto: la Corte costituzionale – informa l’Ansa con sei giorni di anticipo sul verdetto – dichiarerà ammissibile il conflitto di attribuzioni del presidente della Repubblica contro la Procura di Palermo. Ma va? Che sorpresona. Franco Cordero ha più volte spiegato che il conflitto è inammissibile prim’ancora che infondato: non foss’altro perché pretende dai pm un atto (la distruzione di intercettazioni) che spetta solo al giudice. Ma Gustavo Zagrebelsky, che presiedeva la Corte quand’era ancora un organo di garanzia, aveva scritto su Repubblica che questo non è “un normale giudizio” perché “una parte (Napolitano, ndr) getta tutto il suo peso, istituzionale e personale, che è tanto, sull’altra, l’autorità giudiziaria, il cui peso, al confronto, è poco. Quali che siano gli argomenti giuridici, realisticamente l’esito è scontato. Presidente e Corte… sono ‘custodi della Costituzione’. Sarebbe un fatto devastante, al limite della crisi costituzionale, che la seconda desse torto al primo… Così, nel momento stesso in cui il ricorso è stato proposto, è stato anche già vinto. Non è una contesa ad armi pari, ma, di fatto, la richiesta d’una alleanza in vista d’una sentenza schiacciante. A perdere sarà anche la Corte: se, per improbabile ipotesi, desse torto al Presidente, sarà accusata d’irresponsabilità; dandogli ragione, sarà accusata di cortigianeria”.

Si sperava che, se non la sostanza, la Consulta salvasse almeno le forme: invece anche quelle vanno a farsi benedire. Tale è la fretta, l’ansia, la cupidigia di sostenere le ragioni (anzi i torti) del più forte, che anche questa volta il verdetto viene anticipato a mezzo stampa. Come già era accaduto a gennaio, con la fuga di notizie su Repubblica a proposito del referendum elettorale, inviso ai grandi partiti e al Quirinale, dunque bocciato. Ieri, il bis: i giudici si riuniranno per decidere solo il 19 settembre, ma l’Ansa già sa come. Così l’opinione pubblica inizia a prepararsi al verdetto della Corte “cortigiana” che, quando uscirà, non farà più notizia. Dopodiché bisognerà sbrigarsi a decidere anche sul merito: sempre dalla parte del più forte. A prescindere da ragioni e torti. E alla svelta (non a caso sono stati eccezionalmente nominati due relatori e accorciati i tempi, che in media richiedono almeno un anno di attesa), in tempo per influenzare il gup che dovrà decidere sul rinvio a giudizio dei 12 imputati per la trattativa Stato-mafia (soprattutto quelli dello Stato).

Conoscendo la serietà dell’Ansa, è da escludere che abbia dato la notizia senza consultare fonti qualificate, interne alla Consulta che in teoria sarebbe tenuta al segreto della camera di consiglio: invece da un po’ di tempo pure questo è un segreto di Pulcinella. Come emerge dall’inchiesta sulla loggia P3, nell’autunno 2009 almeno 5 o 6 giudici costituzionali anticiparono al faccendiere irpino Pasqualino Lombardi il loro Sì al “lodo” Alfano. Negli stessi giorni i giudici costituzionali Mazzella e Napolitano (solo omonimo del più noto Giorgio) cenavano in gran segreto con B., Letta e Alfano e, beccati dall’Espresso, si guardavano bene dal dimettersi o almeno dall’astenersi dal voto.

Il fatto poi che il conflitto del Colle contro i pm di Palermo si fondi proprio sul preteso diritto del Presidente alla segretezza delle sue conversazioni aggiunge al tutto un tocco di surrealismo: le telefonate Mancino-Napolitano, grazie al rigore della Procura di Palermo, sono rimaste top secret (nemmeno Panorama, che dice di conoscerle, ha potuto virgolettare neanche un “ciao come stai?”). In compenso il ricorso dell’Avvocatura dello Stato alla Consulta, sconosciuto financo alla Procura chiamata in causa, è stato anticipato da Repubblica. Ora il verdetto della Consulta viene preannunciato all’Ansa (all’indomani di quello della Corte tedesca, che ha tenuto sul filo l’intera Europa senza mai uno spiffero: un altro spread che ci divide dalla Germania). E gli italiani dovrebbero fidarsi dell’imparzialità di questi signori? Ma per favore.

Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2012