La politica vive anche di mantra. Tormentoni, asserzioni catartiche, abracadabra tragicomici. Quello più in voga, e non da poco, è “macchina del fango”. Lo si può usare in qualsiasi occasione. Sei stato accusato di evadere il fisco? Macchina del fango. La moglie chiede il divorzio? Macchina del fango. Hai ricevuto una multa per divieto di sosta? Macchina del fango.

L’ultimo a usare tale formula autoassolutoria, che vuol dir tutto e soprattutto niente (per questo i politici la adorano) è Vittorio Grilli, ministro dell’Economia. “È solo un po’ di fango gettato in giro”. Allude alle accuse sulle consulenze della ex moglie (“Giuseppe Orsi, amministratore delegato e presidente Finmeccanica, mi disse di avere risolto e messo a posto alcuni problemi che aveva la moglie di Grilli attraverso l’affidamento, da parte di Finmeccanica, di consulenze false”. Così il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior).   

Prescindendo dalla vicenda giuridica in sé, è lo slittamento semantico della politica che appare significativo. Fino a qualche anno fa, i mantra erano diversi. Apparivano in qualche modo lievi, concilianti. “Sono sereno”: così affermava chi era al centro di polemiche. Magari aggiungendo: “Ho piena fiducia nella magistratura”. Oppure: “La giustizia farà il suo corso”. Di fronte al rovescio, più o meno atteso, il politico ostentava – quantomeno a parole – una tranquillità inviolabile. La sua innocenza era provata, addirittura certificata, dalla evidente atarassia.

In quanto imperturbabile, il politico era automaticamente illibato. O così sperava di apparire.    Altri tempi. La soggettiva è drasticamente mutata: dalla tranquillità al complottismo. Dalla “piena fiducia” alla “macchina del fango”. A prescindere dall’accusa, lo scenario è perennemente quello di oscure maligne che tramano contro il malcapitato. Di colpo, si reinventano tutti martiri. Vittime di chissà quali trame segrete.   

L’immagine della “macchina del fango” è stata definitivamente sdoganata da Roberto Saviano. L’intento era nobile: “Ciò che spaventa è che tutti possano d’improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. Sono nato in una terra in cui chiunque decida di ostacolare il potere criminale viene diffamato. Il meccanismo è evidente, si gioca a buttare fango su chiunque si opponga a certi poteri, ma nel momento in cui il giocattolo della macchina del fango si rompe, nel momento in cui certi meccanismi diventano palesi, sta al cittadino capire come funzionano le cose e modificarne il corso”.

Lentamente, ma inesorabilmente, la “macchina del fango” è divenuto un alibi – ormai consunto – per spostare l’attenzione dall’accusa agli accusatori. Prassi, invero banalotta, buona per destra e sinistra. Era una macchina del fango tutto ciò che si scriveva contro Silvio Berlusconi, quantomeno a sentire i Cicchitto e i Capezzone (ovvero quando non c’era niente da sentire). È macchina del fango “l’attacco” a Re Giorgio Napolitano, perlomeno a leggere la sinistra che conta. Ed è macchina del fango, per molti movimentisti, anche la fresca polemica generata dal fuorionda di Giovanni Favia (il complottismo alligna ovunque, tecnici e grillini inclusi). Non di rado la macchina del fango è reale. Drammaticamente vera.   

Proprio come la tratteggiava Saviano. Certe polpette avvelenate, anche ultimamente, paiono sospette: nella costruzione, nella tempistica. Il dibattito, se così concepito, rischia però di portare alla stasi. Alla implosione, più che allo scacco matto. Trincerarsi dietro “la macchina del fango”, ora guidata da media birbanti e ora da magistrature “eversive”, equivale per credibilità intellettuale al bambinesco “Uffa sei cattivo, con te non gioco più”. Il politico, punto nel vivo, preferisce all’argomentazione la lagna.   

Lo sterile sbraitare. Prima frigna, poi porta via il pallone. Cercando un luogo – anche solo una piccola stanza – entro cui sentirsi giusto. Apprezzato. Praticamente intoccabile.

Il Fatto Quotidiano, 9 settebre 2012