Sento sempre più spesso, con crecente fastidio, in bocca a politici di quelli di cui non si ha memoria di una precedente onesta occupazione, la retorica del voler “evitare la macelleria sociale” di fronte a ineludibili scelte di rigore dei conti di un comune o di una regione in questi tempi di vacche magrissime.

Certo! Chi potrebbe mai godere a cuor leggero di tagli occupazionali? Quello che peró tali politici non riescono a cogliere é che quei tagli che si vorrebbero evitare nei settori del precariato della pubblica amministrazione costituiscono già la tragica realtà di tante famiglie di lavoratori del settore privato, ma soprattutto, se di macelleria sociale si deve proprio parlare, di quella generazione di ragazzi cui é stato negato un futuro proprio grazie alla politica degli ultimi decenni che non ha saputo sfruttare i tassi “tedeschi” dell’entrata nell’euro per abbattere un debito pubblico che é invece continuato a salire e contemporaneamente alimentato una spesa pubblica inefficiente e poco funzionale a promuovere attività produttive.

Prendiamo ad esempio la Sicilia, esempio ovviamente non di best practice, ma esattamente di ciò che non andrebbe imitato con il suo bacino di 60.000 lavoratori precari con lo stipendio a rischio in tempi di elezioni. Non ci sono piú soldi per i circa 30.000 forestali part time e qualche assessore avanza l’ipotesi di impiegarli nei beni culturali. E perché non nell’istruzione o nella sanità, visto che la mansione deve essere solo un pretesto per corrispondere uno stipendio scorrelato dalla pubblica utilità?

Se non é possibile pagare qualcuno per prevenirli, potremmo anche decidere di tenerci gli incendi estivi come quello che quest’estate ha distrutto per l’ennesima volta la riserva dello Zingaro, ma pagare per prevenire e continuare tuttavia ad avere gli incendi è una pratica senza senso.

Allo stesso modo l’interesse pubblico e dell’industria turistica è che monumenti e musei restino aperti quando maggiore è l’affluenza turistica mentre gli orari di apertura e l’organizzazione del lavoro del personale addetto è ispirato alla comodità di chi ci lavora invece che essere orientato all’utente come il mercato imporrebbe. Qualcuno pensa sul serio che aggiungendo nuovi addetti a quelli già assunti migliorerebbe il servizio? No, questa è solo la retorica della politica dietro cui si naconde la grammatica del’interesse clientelare in clima di votazioni. Spettacolo già visto troppe volte!

Le recenti dimissioni di Ugo Marchetti da vice sindaco e assessore al bilancio del Comune di Palermo per insanabili differenze di vedute sui criteri di scelta dei manager delle partecipate e sulla “macelleria sociale” che si vorrebbe evitare nel caso Gesip, conferma, al di là delle buone intenzioni, che la retorica della buona amministrazione sembra incompatibile con la sua grammatica.

La grammatica della buona amministrazione insegna che i dipendenti pubblici e gli incaricati di servizi pubblici devono essere in numero necessario, sufficiente e selezionato per pubblico concorso in modo da offrire il massimo beneficio all’utenza con il minimo costo, usando le tecnologie necessarie ancorché jobless e derogando all’ottimizzazione dell’impiego di personale solo a favore delle c.d. categorie svantaggiate.

C’è una regola aurea che dovrebbero osservare oggi politici e pubblici amministratori: fare le scelte nell’interesse prioritario di quella generazione di ragazzi esclusa dal lavoro e dalla possibilità di mettere su famiglia oltre che dal godere di una previdenza in vecchiaia. Questa è la vera macelleria sociale da scongiurare e per la quale vale la pena di rischiare di non essere rieletti!