Antefatto. La strage alla premiere di The Dark Knight Rises in Colorado: la vita non è il cinema, la morte nemmeno.

Film. Terrorismo, crisi finanziaria e vuoto di potere. Dura metterli insieme, ancor più se il film non nasce ex novo dall’estro creativo di uno sceneggiatore, ma ha radici solide, background pubblico e genesi storicizzata. Una celebre saga, un franchise codificato, ancorché permeabile alle suggestioni sociali, come può aggiornarsi a quel che più preme nel mondo là fuori? Può, se dietro la macchina da presa c’è Chris Nolan, sceneggiatore con il fratello Jonathan e soggettista con David S. Goyer.

Dunque, riecco il Cape Crusader interpretato da Christian Bale, che dopo Batman Begins e The Dark Knight giunge all’ultimo, definitivo capitolo: The Dark Knight Rises, da noi Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno. Scordatevi i cinefumetti Marvel, qui siamo su un altro pianeta, qui si fa sul serio, le bambinate dei vari Iron Man e The Avengers sono assenti giustificati dal genio demiurgico di Nolan, che prende dai personaggi creati da Bob Kane, ma poi fa di testa propria. A partire da un incipit folgorante: il cattivo Bane (Tom Hardy) imprigionato su un aereo Cia viene liberato e recuperato in volo, con un’operazione così speciale da far sbavare James Bond, Jason Bourne ed Ethan Hunt.

Due righe di sinossi, perché nelle due ore e 44’ i colpi di scena – ovvero i potenziali spoiler – non mancano, anzi, sono pure troppi: otto anni dopo le avventure di Dark Knight, Bruce Wayne vive acciaccato e recluso nel suo maniero, e Gotham non ne sente la mancanza, finché complici il giovane poliziotto John Blake (Joseph Gordon-Levitt) e il commissario Gordon (Gary Oldman) non ritorna in scena. Lo aspettano due superdonne, l’imprenditrice Miranda Tate (Marion Cotillard) e la felina Selina Kyle (Anne Hathaway), nonché gli amici e collaboratori di sempre, da Alfred (Michael Caine) a Lucius Fox (Morgan Freeman).
Soprattutto, lo attende Bane, un mercenario nerboruto e barocco, con una maschera-respiratore da far invidia a Lady Gaga e Hannibal Lecter. Unico supereroe senza superpoteri (anche la sua ricchezza è agli sgoccioli…), Batman deve ritrovare l’eroismo dell’uomo comune per fronteggiare il caos: Borsa espugnata, ponti e tunnel saltati, ricchi e potenti sommariamente processati e, dulcis in fundo, la minaccia nucleare. Gotham è l’isola dei dannati – e la paradossale dannazione dell’isolazionismo stelle & strisce – e il Cavaliere Oscuro rischia di soccombere alla strapotenza fisica di Bane: viene gettato in un pozzo, si direbbe – l’agenda geopolitica impone – in Medio Oriente.

Barcolla ma non molla, e così il film che lo canta umano, troppo umano: The Dark Knight rimane insuperabile, Bane non è drammaturgicamente ed emotivamente il Joker, e il suo epilogo è da comprimario; la lunghezza si fa sentire, non nella noia, bensì nei caratteri, trame e segreti affastellati da far mancare il respiro; non avremmo detto, ma Anne Hathaway vince sulla Cotillard, e su quasi tutti: si prende maliziosamente il suo spazio, altri si accontentano di quel che passa Nolan, che è ecumenico ma non generosissimo; l’architettura è magnifica, molte vedute mirabolanti, ma si trova la quadra? Sì, il supergenere del “Batman secondo Nolan”, crasi ambiziosa di mèlo e action, comics e filosofia, riporta Hollywood ai vertici: di tutto e di più, e tecnicamente ineccepibile. Se ancora non vi basta, beh, riguardatevi Inception.

O, forse, provate a riflettere: è umanamente possibile dare seguito a un capolavoro come The Dark Knight? No, non è possibile, ma Nolan non muta arma, ma cambia campo: The Dark Kight Rises è l’ultimo film di Chris, il primo film di una Hollywood non più orfana di Stanley Kubrick. Datemi un romanzo, datemi un personaggio, e ci farò – quasi – quello che voglio. Kubrick riposa in pace, ma quaggiù c’è qualcuno che lo ama. Anzi, lo imita. Almeno, ci prova.