La morte di Mika Yamamoto ha spinto alcuni colleghi a riflettere sul ruolo del giornalismo e la libertà di stampa giapponese nelle aree più pericolose del pianeta. Ma anche sui crescenti rischi che corrono i corrispondenti dal Giappone.

Yamamoto era una giornalista esperta che per circa vent’anni aveva seguito conflitti in Iran, Kosovo e Cecenia. In Siria stava lavorando assieme a un collega per la Japan Press, un’agenzia di stampa giapponese indipendente. È stata uccisa da un proiettile che le ha colpito il collo a distanza ravvicinata, mentre stava lavorando in un quartiere di Aleppo dove infuriavano gli scontri. La corsa d’urgenza in un ospedale a Kilis, una città turca al confine con la Siria, non è servita a salvarle la vita.

Yamamoto è ufficialmente la quarta giornalista straniera uccisa nel conflitto civile in Siria, dopo Marie Catherine Colvin, Gilles Jacquier e Rémi Ochlik. Ma la sua morte ricorda anche quella di altri due giapponesi morti di recente, quella di Kenji Nagai di APF News in Birmania nel 2007 e Hiro Muramoto di Reuters in Tailandia neil 2010.

Con l’aumento degli interessi commerciali del Giappone in tutto il mondo crescono anche le aree di rischio per i cronisti, ricorda la Committee to protect journalists (Cpj). I recenti e crescenti scontri per le isole contese con la Corea (Takeshima in giapponese e Dokdo in coreano) e la Cina (Senkaku in giapponese e Diaoyu in cinese) stanno aprendo un nuovo fronte nella battaglia per la libertà di stampa in Estremo oriente. In ballo per il Giappone c’è anche il ventiduesimo posto (l’Italia è al 61esimo), tra 179 paesi, nella classifica 2011-2012 sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere.

“Il futuro economico del Giappone è legato agli eventi globali, dall’estrazione di petrolio in Nigeria, alla liberalizzazione del commercio in Vietnam. I giornalisti che seguono le notizie in questi paesi affrontano violenze e persecuzioni”, scriveva già nel 2010 Joel Simon, direttore di Cpj. “Difendere i diritti dei giornalisti in tutto il mondo è un modo per i media giapponesi di espandere la propria influenza nel campo della libertà di stampa e il proprio prestigio, riaffermando dall’altra parte l’impegno per i più alti ideali della professione giornalistica”.