Julian Assange

Nel 1998 un criminale come Augusto Pinochet ottenne una sorta di ospitalità sanitaria a Londra, per esserne poi dolcemente espulso solo nel 2000, tra le proteste degli attivisti dei diritti umani a cui era seguito il mandato di cattura emesso dal giudice Baltasar Garzon. A Roma, sebbene in altro contesto, un ex nazista come Priebke pare se ne vada in giro a fare il turista. Oggi come allora, a Roma come a Londra, si protesta, ma neppure troppo.

Ironie della storia. Perché invece Julian Assange, braccato come un criminale contro l’umanità, è al centro della più grande controversia diplomatica che si ricordi da anni.

L’Ecuador garantisce al fondatore di Wikileaks lo status di rifugiato? Si muovono le cancellerie di mezzo mondo. La Svezia richiama l’ambasciatore dell’Ecuador, il Foreign Office fa sapere di aver il diritto di invadere la sede diplomatica ecuadoriana nella capitale inglese (dove Assange si trova dal 19 giugno) sulla base di una legge del 1987, per fare eseguire la procedura di estradizione a Stoccolma. Pure l’Unione europea – che certo di problemi più seri da affrontare ne avrebbe – dice la sua, chiedendo che venga eseguito il mandato di cattura europeo (ma qualcuno ha fatto notare che finché Assange è nell’ambasciata dell’Ecuador si trova, a tutti gli effetti, fuori dall’Unione).

Il ministro degli Esteri britannico William Hague ieri sera ha smentito la minaccia – ventilata in mattinata – di poter “invadere” l’ambasciata dell’Ecuador dopo averne sospeso l’extraterritorialità. Però ha ribadito: non daremo nessun salvacondotto. E dato che, per prendere un aereo, il fondatore di Wikileaks deve mettere il suo piedino sul suolo britannico, come farà a non essere arrestato?

Il coniglio dal cilindro si chiamerebbe “valigia diplomatica”. E non è uno scherzo. Ricorda Dominic Casciani  giornalista della Bbc, come nel 1984 vi fu il tentativo di far espatriare clandestinamente dal Regno Unito un politico nigeriano all’interno di una sorta di gabbia, che fu però intercettata. Con migliori accorgimenti, il fondatore di Wikileaks ce la potrebbe fare. Sempre che la santa alleanza – Gran Bretagna, Svezia e naturalmente Stati Uniti – non trovi una contromossa. Il che ovviamente non è da escludere.

Con Wikileaks Assange ha irritato gli Stati Uniti e i potenti del mondo, ma ha rivelato un nuovo modo di fare informazione e di esercitare il diritto alla libertà di espressione. Grande impresa o fuoco di paglia che sia, l’accanimento internazionale contro di lui è tanto esagerato da apparire grottesco.

È vero, Assange non deve sottrarsi alla giustizia svedese, deve rispondere dei casi di molestia sessuale. Ma perché le autorità lo vogliono a Stoccolma fisicamente, quando potevano interrogarlo in Gran Bretagna, dove è stato agli arresti per più di un anno e mezzo e poi nell’ambasciata dell’Ecuador?

L’australiano potrebbe non risultare un uomo simpatico. Schivo tesatrdo, egocentrico, in quasi due anni di Wikileaks ha fatto diventare nemici gli amici della prima ora, facendo quasi il vuoto intorno a sé. Assange ha forse lasciato indietro il giovanissimo Bradley Manning (poteva fare di più per proteggerlo?) che ancora attende un processo in America, e negli ultimi mesi ha fatto scelte opinabili, come lavorare per Russia Today, la voce di quello stesso Cremlino che oggi è parte in causa nel processo alle Pussy Riot.

Ma né il cattivo carattere, né le scelte professionali sbagliate o colpevoli giustificano questo accanimento nei sui confronti.

Per questo oggi tutti dovremmo sperare che la “valigia diplomatica” non sia solo uno scherzo. E che Julian, che di anni ne ha solo 41 anche se sembra già eterno, possa camminare libero, almeno per le strade del Sudamerica, dato che l’Europa e gli Usa sembrano vietati. Facendo apparire in questo modo ridicolo tutto il rumore che adesso gli sta intorno.

Nella foto (Lapresse), un sostenitore di Julian Assange davanti all’ambasciata ecuadoriana a Londra