Volevo parlarvi di amianto, ma gli eventi della settimana scorsa m’impongono di discutere di acciaio.

Questi materiali con applicazioni così diverse (il primo veniva usato come coibentante mentre il secondo serve come materiale strutturale) sono sotto accusa per aver procurato patologie alle persone che lo hanno respirato o ingerito.

A Taranto, dove c’è la più grande acciaieria d’Europa, un magistrato ha sequestrato l’impianto perché sospettato di procurare un danno ambientale e sanitario.

Le attività di un’acciaieria comportano la fusione (ad alta temperatura superiore ai 1.000°C) di Ferro, Cromo, Nichel, con piccole quantità di Carbonio ed altri metalli negli altiforni; la laminazione a caldo e a freddo e altre lavorazioni. Questo consegue nell’emissione nel luogo di lavoro e nell’ambiente circostante di vapori, gas (dal benzo(a)pirene alla diossina) e soprattutto di polveri di acciaio. Risultato: un aumento impressionante di patologie cancerose fra i lavoratori e la popolazione.

Se da una parte l‘intervento di un magistrato ha ufficializzato che a Taranto l’ammalarsi di cancro è da mettere in relazione con le emissioni di polveri di un’industria specifica; dall’altro ha aperto una questione difficile da risolvere: il diritto al lavoro. La chiusura dell’acciaieria mette a rischio la possibilità di lavoro di migliaia di lavoratori che difficilmente possono ricollocarsi anche perché forse già debilitati.

In sintesi: è meglio ammalarsi di cancro o morire di fame?

Abbiamo già visto una simile situazione nel poligono militare di Perdasdefogu in Sardegna (di cui parlerà in una prossima puntata). In quel caso un magistrato ha vietato l’accesso ai pastori e ai loro animali nelle aree del poligono dove si svolgono attività militari o, comunque, pericolose. Questo ha reso ufficiale che certe attività possano comportare un rischio per la salute animale ed umana. Ciò ha dato corpo alle ipotesi dei cittadini e dei soldati che si sono ammalati e ha ridotto a zero l’economia locale. Nessuno compra più le carni e i derivati degli animali che hanno pascolato nella zona.

E’ triste che si debba barattare la salute per poter vivere. Ma questa è storia vecchia. I minatori che scendono nelle viscere della terra per estrarre i minerali e lavorano in luoghi angusti pieni di polvere sanno che avranno poca salute e vita breve.

Trovo un po’ diverso il caso dell’acciaieria Ilva dal momento che è tecnicamente possibile ridurre l’inquinamento prodotto da queste attività e salvaguardare la salute del lavoratore nel luogo di lavoro. Per esempio, in luoghi confinati si possono disporre aspiratori per diminuire il tenore di polveri. Lungo la superficie interna dei camini si possono mettere filtri a carta, a manica, elettrofiltri. Che però costano e questo riduce il guadagno del proprietario.

Quindi io non vedo la diatriba: o lavoro o cancro. Il datore di lavoro deve attivare procedure o sistemi per la sicurezza nel luogo di lavoro, dal mio punto di vista fattibili in luoghi confinati. Discorso più impegnativo ma affrontabile è invece la limitazione delle polveri e dei gas che escono dal camino. Sicuramente impossibile bonificare aria, suolo e vegetazione una volta che queste polveri siano state disperse nell’ambiente circostante.

E’ mia opinione che i responsabili dell’acciaieria abbiano chiuso gli occhi davanti al problema di questi lavoratori e cittadini che morivano di cancro. Il fatto che non esista uno studio epidemiologico esaustivo non li esime dalle loro responsabilità. Un Procuratore sta lavorando su questo argomento dal 1983.

Ora un modo intelligente per definire una volta per tutte la correlazione fra emissioni e patologie è quello di misurare le polveri all’interno della fabbrica, quelle all’esterno nell’aria (i filtri delle centraline dell’ARPA sono idonei) e quelle rimaste intrappolate nei tessuti delle persone, specialmente quelle all’interfacie fra il cancro ed il tessuto sano e comparare le composizioni chimiche fra loro. Se sono tutte di acciaio, cioè di una lega di Ferro, Cromo, Nichel, un po’ di Carbonio e altri metalli in concentrazioni minori è logico pensare che queste polveri non biocompatibili, una volta internalizzate nell’organismo, abbiano sviluppato una reazione da corpo estraneo.

Queste polveri hanno dimensione ridotta, anche sotto i 10 micron, e sono in genere di forma rotondeggiante. Sicuramente si possono trovare anche polveri nanometriche, cioè con dimensione inferiore al micron. Questi detriti sono considerati dal corpo umano corpi estranei e i tessuti biologici reagiscono sempre contro questi insulti. Particelle submicroniche hanno poi la possibilità di essere internalizzate dalla cellula ed così interagire con organelli e componenti intracellulari, compreso il DNA. Dentro al corpo umano, per le condizioni di temperatura, umidità , presenza di elettroliti, le polveri di acciaio possono corrodersi e rilasciare ioni Ferro, Cromo, Nichel la cui tossicità è già descritta nei libri.

Ritengo che la salute dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente debba essere salvaguardata sopra ogni considerazione e che le moderne tecnologie possano aiutare in tal senso. Però la sicurezza costa e il datore di lavoro deve rinunciare a un po’ del suo guadagno. Se non è la morale personale a imporlo è la legge che deve intervenire.