foto tribù indigene Machu Picchu, © SurvivalCent’anni fa, in Perù, un professore di storia dell’Università di Yale decise di attraversare la foresta a nordovest di Cuzco per raggiungere una montagna che svettava a circa 2.400 metri. Là, oltre il ruggito del fiume Urubamba, trovò un’antica cittadella di pietra: terrazze, templi e tombe, costruzioni di granito e pareti levigate ricoperte di vegetazione e rampicanti. Hiram Bingham era arrivato a Machu Picchu, il sito che riteneva essere la “Città perduta degli Inca”. “Quelli di Machu Picchu potrebbero essere i resti più importanti scoperti in Sud America dal tempo della conquista” scrisse nell’edizione 1913 del National Geographic. Ma le sue parole erano fuorvianti. Bingham non aveva “scoperto” Machu Picchu. Né si può dire che il sito fosse “perduto”. Lo aveva forse portato all’attenzione del mondo scientifico occidentale, ma le tribù locali sapevano della sua esistenza e il fatto stesso che lui si stupì di trovare una famiglia indiana sul crinale, è di per sé sconcertante.

È improbabile che le parole di Bingham abbiano avuto ripercussioni negative sugli indigeni locali, ma il linguaggio dei colonialisti ha ovunque giocato un ruolo-chiave nella distruzione dei popoli tribali del mondo. Per secoli, le loro terre sono state considerate “vuote” per giustificarne il furto e lo sfruttamento. Dopo tutto, se una regione è disabitata, non ci sono diritti umani da rispettare… Parimenti, i pregiudizi razzisti e le etichette di “arretrati”, “incivili” e “selvaggi” affibbiate ai popoli tribali hanno radicato nell’opinione pubblica sentimenti di disprezzo e paura, alimentando spaventose persecuzioni. Quando i coloni europei sbarcarono in Australia, la dichiararono “terra nullius”, ovvero terra di nessuno. Ma non era così. Il popolo degli Aborigeni vi viveva da forse 50.000 anni. Eppure, il concetto di “terra nullius” è stato abolito solo nel 1992, dopo aver ormai privato un intero popolo della sua terra e provocato la morte di centinaia di migliaia di persone. Allo stesso modo, quando i venti del commercio sospinsero Cristoforo Colombo nel “Nuovo Mondo”, egli giunse in realtà nella terra natale di popoli che vi vivevano da millenni, con le loro proprie leggi, con culture, valori, stili di vita e religioni secolari.

Ovviamente, la verità è che l’America non era “nuova”, l’Australia non era “vuota” e Machu Picchu non è stato “scoperta” nel 1911. Queste terre erano, e ancora sono, la casa di molti popoli indigeni. Definirle “vuote” prima dell’arrivo dei colonialisti, e “scoperte” poi, significa derubare i popoli tribali della loro identità, della dignità e dei diritti alla terra; significa negare la loro reale esistenza.

Oggi Survival International lancia una serie di annunci su Google per informare i turisti in visita a Machu Picchu dei pericoli che minacciano le tribù incontattate che vivono nella stessa valle sacra, a meno di 100 km dalla cittadella. Nonostante le loro terre siano protette, stanno per essere aperte allo sfruttamento del gas. Senza un intervento urgente, le tribù rischieranno di essere spazzate via, così come lo fu l’impero inca per mano dei coloni del XVII secolo.

Se il governo peruviano non riuscirà ad avere rispetto per i suoi popoli indigeni viventi, gli sforzi compiuti per promuovere i simboli del suo patrimonio indigeno non potranno essere giudicati che una tragica e paradossale ironia.

Guarda la galleria fotografica sui popoli incontattati che vivono nei pressi di Machu Picchu. E firma la petizione da inviare al presidente del Perù.

(Testo di Joanna Eede, Survival International. Foto gentilmente concessa da Survival)