Con la chiusura  dell’inchiesta sulla trattativa tra Stato-mafia, una delle  più difficili e cruciali per la stessa identità democratica del nostro paese, è iniziata, come da peggiore ma realistica previsione, una serie di attacchi concentrici nei confronti dei magistrati che hanno condotto per quasi un ventennio l’indagine più scomoda della storia repubblicana.

L’obiettivo è “naturalmente” Antonio Ingroia accusato, non da ora, di sovraesposizione mediatica,  militanza a sinistra, “partigianeria” (per essersi definito partigiano della Costituzione),  protagonismo da prossima “discesa in campo”, sia che conceda un’intervista a Belpietro su Libero, sia che, orrore degli orrori, parli di giustizia e ricerca della verità sul blog di Grillo. 

Quello che forse poteva essere meno scontato è che uno dei più accaniti accusatori di Ingroia e della procura di Palermo sia diventato Eugenio Scalfari.

L’autoinvestitura a garante supremo della correttezza istituzionale di Giorgio Napolitano, riguardo alle telefonate rassicuranti con Nicola Mancinoe al parallelo attivismo per tentare di sfilare l’indagine alla procura di Palermo, in nome di un “coordinamento investigativo” a dir poco molto strabico, l’ha infine portato ad un attacco inusitato quanto immotivato contro i Pm di Palermo. 

Per Scalfari, che pure è laureato in legge, anche se probabilmente dovrebbe ripassare il Capo IV del codice di procedura penale dedicato alle intercettazioni, nonché le recenti sentenze della Corte Costituzionale in materia, i magistrati inquirenti e la polizia giudiziaria avrebbero commesso “un gravissimo illecito” per non avere immediatamente interrotto le intercettazioni e distrutto le relative trascrizioni, non appena si sono resi conto che l’interlocutore di Nicola Mancino (l’intercettato) era il presidente della Repubblica.

In chiusura del suo editoriale domenicale su Repubblica un grande giornalista, che ha legato la sua storia personale e la sua lunghissima carriera a battaglie memorabili in difesa dell’autonomia della magistratura, ha accusato la procura di Palermo di “delitti gravissimi subito segnalati al PG della Cassazione [titolare dell’azione disciplinare] perchè li punisca con eventuali procedimenti”. 

A distanza di poche ora per rimettere le cose al loro posto sono intervenuti lo stesso Antonino Ingroia che ha definito sinteticamente l’ attacco “un grave infortunio” ed il procuratore Messineo, in modo formale, per sottolineare che “nessuna norma in vigore prescrive o autorizza l’immediata cessazione dell’ascolto e della trascrizione di una intercettazione legittima”.

Quanto alla distruzione, come hanno ribadito il procuratore di Palermo Messineo e Pietro Grasso, si può procedere “previa valutazione dell’irrilevanza e autorizzazione del Gip, sentite le parti”, insomma solo dopo essere andati davanti ad un giudice in presenza dei difensori.

Questo intervento di Eugenio Scalfari è tanto più grave (e triste per i tanti lettori che lo hanno a lungo stimato ed io sono tra questi) perché si inserisce nel clima di isolamento e delegittamazione che incombe sulla procura di Palermo e sull’inchiesta in merito all’inqualificabile trattativa tra Stato e mafia, peraltro già certificata dalla sentenza sulla strage di via dei Georgofili.

Senza contare l’impatto nefasto di una simile pretestuosa polemica sul tema sempre incandescente delle intercettazioni, la cui regolamentazione come ha opportunamente sottolineato Ingroia, non può ripartire dal ddl Alfano, a meno che si vogliano sacrificare le esigenze investigative ed il diritto ad essere informati sull’altare di una non meglio precisata “ragion di stato”.

 A proposito della trattativa, della ricerca della verità ed indirettamente  delle reazioni conseguenti, un quadro sinteticamente illuminante l’aveva dato, a ridosso della chiusura dell’inchiesta e dell’imputazione di Mancino per false dichiarazioni ai Pm, Claudio Martelli.

In una intervista a RadioRai  sull’ipotesi, molto concreta, che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché avendo saputo della trattativa si fosse opposto strenuamente, ha dichiarato: “Questo è un punto cruciale.. Vanno chiariti due aspetti: primo, la mancata protezione di Borsellino o una protezione inadeguata; secondo, il depistaggio su via D’Amelio o qualcosa di molto peggio”.  

Il panico che aleggia nei palazzi del potere ed il nervosismo che agita anche gli interlocutori più vicini ai massimi vertici istituzionali indurrebbe a propendere per l’alternativa peggiore.