A Genova nel Giugno 2001 andò in scena in mondovisione uno scandalo democratico senza precedenti. Undici anni dopo la vicenda giudiziaria arriva debolmente a conclusione. I giudici hanno fatto la loro parte tra mille impedimenti, vuoti legislativi, e indulti. La politica, no. Per undici anni non ha fatto niente per evitare che quei fatti, o altri simili, si ripetessero. E così una cultura strisciante della violenza nella polizia è progredita, costringendoci ad assistere a pestaggi (quei pochi emersi), morti ammazzati, ed occultamenti delle prove. Con grave disagio soprattutto dei tantissimi funzionari di polizia fedeli alla Costituzione, e felici della loro alta missione di difendere la legalità sempre ed ovunque.

AI tempi delle primarie del 2007 avevo portato nel Pd tre proposte, che già circolavano ampiamente, e che il partito non recepì. La sentenza di ieri della Cassazione è l’occasione per rimediare alle omissioni del passato. Speriamo che Monti Mario ci legga. (A proposito, come sta Iulia Timoshenko?).

Le tre richieste sono:

  1. Una Legge contro la Tortura. Che ci viene chiesta da tanti anni da Amnesty International e da altre associazioni impegnate nella difesa dei diritti dell’uomo in tutto il mondo, e persino dalle Nazioni Unite. È a causa di questo buco legislativo che i responsabili di molte violenze sono condannati a pene ridicole, che di fatto non scontano mai.

  2. Il numero identificativo ben visibile sul casco, quando gli agenti scendono in strada in divisa antisommossa (e diventano non identificabili). Nei paesi liberaldemocratici, come la Danimarca, è un fatto scontato; in Italia è una bandiera che i partiti hanno vilmente abbandonato nelle mani dei gruppi estremisti.

  3. Il divieto di impedire riprese audiovisive (in pratica, di mettere le mani davanti alla telecamera, di allontanare la gente senza motivo, ecc.) salvo nei casi previsti dalla legge (basi militari, privacy, ecc.). Spesso, è il solo modo per acquisire le prove (a favore o contro, non importa).

Vorrei qui ricordare un episodio che mi è capitato in Svizzera. Notte fonda, inverno, strade deserte, aspetto un autobus. Sotto un ponte buio tre poliziotti si gettano su un ragazzo nero. Mi avvicino, mi fermo a un metro di distanza, sfacciatamente osservo. I poliziotti continuano imperterriti: stanno perquisendo il ragazzo, che resiste. Spacciatore? Ubriaco? Un poliziotto gira la testa verso di me: “Bonsoir!”, e continua il suo lavoro. Quel “buonasera” significa: se vuole, resti pure qui, a un metro da noi, a controllare: siamo ben fieri della nostra trasparenza, perché trattiamo sempre i cittadini con il rispetto dovuto.

Questa è la cultura che i partiti di destra e di sinistra succedutisi in Parlamento non hanno saputo o voluto promuovere. Almeno potevano comportarsi decentemente sul piano amministrativo: invece hanno promosso i principali responsabili delle violenze, compreso qualcuno che venne ripreso mentre picchia per strada con inaudita violenza un ragazzo inerme.

L’infedeltà dei dirigenti pubblici è un problema che riguarda tutta la PA. Mancanza di fedeltà alle leggi dello Stato, all’interesse pubblico, a quella Costituzione che in troppi vorrebbero cambiare… ed eccesso di altri tipi di fedeltà. Il risultato non è solo la corruzione, ma anche forme distorsive dell’interesse pubblico a fini privati non sempre perseguibili, eppure gravissime. La Legge Brunetta ha accentuato le difficoltà di chi, da dentro la PA, denuncia il malaffare: sono infatti previste sanzioni disciplinari (licenziamento) per chi critica in pubblico la sua amministrazione, o i capi. Insomma chi denuncia sa di dover subire non solo il mobbing, ma anche le rappresaglie nei tribunali delle cricche di roditori che corrodono le fondamenta dello Stato.

Partiti che promuovono funzionari infedeli che picchiano i cittadini inermi, mentre non riescono ad arrestare i violenti (black block): non c’è da stupirsi se poi i cittadini non li votano.