Il risparmio privato viene incanalato verso famiglie (mutui), imprese (azioni, prestiti, obbligazioni) o Stato (titoli sovrani, libretti postali, ecc.) soprattutto attraverso il sistema bancario. Per svolgere questo ruolo di intermediari gli azionisti delle banche sono obbligati a mantenere un capitale adeguato per evitare che eventuali perdite vengano scaricate sui depositanti. Il disastro e il contagio a cui sono esposti tutti i paesi di Eurolandia, specialmente l’Italia, deriva dall’intreccio tra patrimonio delle banche, prestiti alle imprese, debito pubblico e crescita.

Le regolamentazioni bancarie (conosciute come Basilea 2) stabiliscono un rapporto minimo tra il capitale delle banche e le loro esposizioni. Ma le autorità di vigilanza valutano il rischio dei prestiti in base a parametri predefiniti. In particolare il debito pubblico è considerato quasi privo di rischio a patto che abbia un rating decente. In tal modo entità private, come S&P o Moody’s, hanno assunto un ruolo squisitamente pubblico e si sono deresponsabilizzati i banchieri dalla valutazione e gestione del rischio. In soldoni, le banche sono state indotte da regolamentazioni mal concepite e manager stolidi a inserire il pilota automatico e imbottirsi di titoli sovrani senza badare al rischio paese. Pertanto in Italia, Grecia e Portogallo, i governi profittando di bassi interessi hanno spinto la spesa corrente per alimentare clientele e corruzione. Ma la sottovalutazione del rischio paese ha avuto un effetto perverso anche in Spagna o Irlanda nonostante i conti pubblici formalmente in regola: è affluito credito a basso interesse (anche da banche francesi e tedesche) che ha alimentato la bolla immobiliare. <

Entrambi i tipi di droga finanziaria (più la leva di cui i regolatori non si sono accorti o hanno finto di non accorgersi) hanno dopato la crescita per anni. Quando i venti di crisi hanno cominciato a soffiare dall’Atlantico i conti pubblici sono saltati, le case rimanevano invendute, e col tempo le banche piene di titoli di Stato e crediti ipotecari, man mano che perdevano valore, si trovavano costrette a ridurre i prestiti alle parti sane dell’economia aggravando la recessione e di conseguenza anche il bilancio pubblico. Le banche sane non fanno prestiti a quelle in difficoltà e la liquidità sparisce. Così si diffonde il contagio.

Ora la UE è esposta su molteplici fronti, ma priva di risorse sufficienti. Ha tamponato prima una crisi del debito pubblico in Grecia; poi è scoppiata quella bancaria in Irlanda, poi di nuovo una crisi di debito in Portogallo e adesso il tonfo in Spagna (dopo un altro round in Grecia). Molti iniziano a pensare che la prossima tappa sia l’Italia e il collasso dell’euro. Come si tampona questo contagio?

Secondo molti basterebbe che la Merkel espropriasse i contribuenti nordeuropei per varare gli eurobond, che Draghi monetizzasse i debiti pubblici e che l’Esm (il nuovo fondo salva Stati) capitalizzasse le banche fallite. Ma sarebbero misure temporanee, una specie di fiasco greco in scala gigante, perché il nodo è rimettere il sistema economico in grado di produrre e non di distruggere ricchezza. Non si capisce perché i contribuenti tedeschi o finlandesi dovrebbero svenarsi quando in Italia c’è una manomorta pubblica a disposizione dei politici (valutata in 200-300 miliardi) che potrebbe essere venduta. Non si capisce perché il governo debba accaparrarsi il 50% del Pil per gestire servizi di livello infimo e senza una rete moderna di protezione sociale, senza un settore ricerca, e con una giustizia tra le peggiori del mondo.

Di fronte a queste obiezioni il coro mediatico intona la struggente litania dell’unione federale (e fiscale), contropartita per la mutualizzazione dei debiti. La Federazione europea era l’obiettivo finale quando fu scritto il Trattato di Maastricht e siamo d’accordo che ci si debba arrivare presto. Ma la sequenza degli eventi è cruciale. Prima che la Merkel sacrifichi un solo centesimo sull’altare eurobond io vorrei vedere a via XX settembre un occhiuto e inflessibile Ragioniere dello Stato finlandese che non parli nemmeno italiano, non un sodale di Tremonti o un protetto di Letta.

Il Fatto Quotidiano, 13 Giugno 2012