Sono trascorsi vent’anni dalla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In questi giorni le tv e i giornali stanno facendo la gara, giustamente, per ricordare il perché di tanta violenza: 500 chili di tritolo a Capaci, 100 in via D’Amelio. Con i due giudici morirono Francesca Morvillo e 8 agenti di scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.
Quando le luci delle ricorrenze si spegneranno cosa accadrà? I due giudici torneranno nell’oblio? Il processo in corso al generale dei carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di aver favorito la latitanza del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano e la trattativa tra la mafia e lo Stato, che portò il ministro Conso a eliminare il 41 bis a 363 mafiosi, continueranno ad essere raccontati come semplici fatti di cronaca? Il rapporto tra mafia e Stato è il cuore del problema. Se questo rapporto non verrà reciso le morti di Falcone, Borsellino e di tutti i caduti di mafia saranno state inutili. I media dopo questa sbornia di ricordicontinueranno il viaggio nella memoria, dissotterreranno le inchieste o varrà anche per tv e giornali quello che disse a Falcone il pentito Buscetta: “Indagare il   rapporto mafia-politica significa inoltrarsi in un terreno minato”.

Oggi come allora, forse di più. La maggior parte dei media o appartengono direttamente alla politica o da essa sono controllati, con qualche rara eccezione come il Fatto Quotidiano. Nel libro Assedio alla Toga il pm antimafia di Palermo Nino Di Matteo ha posto una domanda a proposito del ruolo dell’informazione: “In Italia quante persone sanno che in una sentenza divenuta definitiva è sancito che il senatore a vita Giulio Andreotti ha avuto piena consapevolezza che i suoi sodali intrattenevano rapporti con alcuni boss mafiosi e coltivato con essi relazioni, li ha incontrati, ha loro chiesto favori”. La mafia ha sempre avuto l’obiettivo che si parlasse di essa il meno possibile. È nel silenzio, nell’ignoranza che Cosa Nostra fa affari.

Purtroppo i media, il più delle volte, sono assenti o distratti. Solo quando c’è il grande evento, la cattura di Provenzano o la sentenza Cuffaro o Dell’Utri, si fanno vivi e sempre più spesso l’attenzione dei lettori viene indirizzata verso aspetti folkloristici del personaggio più che sull’analisi di ciò che accade, mentre il processo durante il suo dibattimento non viene seguito. Quanto hanno dato fastidio alle mafie le inchieste di Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Rostagno, Cosimo Cristina, Mario Francese, Giuseppe Alfano, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani e di altri ancora. Oggi di quel giornalismo si sente la mancanza.

Il Fatto Quotidiano, 24 Maggio 2012