Lo spettacolo è iniziato domenica mattina con la conferenza stampa del procuratore di Brindisi, Marco Dinapoli. Un giornalista gli chiedeva: ma ce l’avete l’identikit del presunto attentatore? E lui, invece di rispondere sì, no, non posso dirlo, spara la frasetta ammiccante: “Che domanda birichina”.

Poi ancora, all’incalzare frenetico dei cronisti ammassati nella saletta, quel distacco ironico, sorprendente, fuori luogo: “Stare qui è peggio che andare in udienza”, ha sorriso Dinapoli cercando lo sguardo del collega seduto lì a fianco. Altre domande, telecamere, frasi interrotte, e il procuratore non cambia stile: mimiche da chiacchiera al bar, motti di spirito, speciale disponibilità quando il giornalista del Corriere.it tenta l’assalto finale. “Scusi, siamo in diretta, ci può fare il riassunto?”. Ma come no, certo. E vai con la tiritera.

Solo ventiquattro ore prima una ragazza è stata dilaniata da un ordigno, le sue compagne hanno perso per sempre l’idea di un mondo normale, ma è già tempo di dichiarazioni a effetto (“è un uomo solo contro il mondo”), di protagonismo affogato nel caos. Certo Dinapoli è un magistrato noto alle cronache. Dalle indagini sulla Missione Arcobaleno (leggi D’Alema) agli attacchi al governatore Fitto è uno che non le ha mai mandate a dire. Però perché non organizzare in una situazione tanto eccezionale e dolorosa una conferenza stampa ordinata, concisa, dignitosa? Troppo chiedere un po’ di cautela e moderazione nel dare – come giusto – le notizie che si potevano dare?

Poi, in un lunedì di delirio materiale e mediatico, tutto un susseguirsi di chiarimenti, contraddizioni, notizie incontrollate, scambi di frecce avvelenate tra la procura di Brindisi e quella antimafia di Lecce. E’ un solitario, no è un terrorista, non si può escludere nulla. “Il sospettato ha un nome, io lo so” dice il giornalista nel pomeriggio elettorale di Rai3 offrendo una finestra sui funerali, e la Berlinguer chiede incredula: “Lo sai?”. Risposta col mezzo sorriso: “Lo so ma ancora non posso dirlo. Comunque non sono il suo complice eh!”. Silenzio e gelo in studio. “Vabbè, era una battuta”. Fine del collegamento.