Brava Arisa. Ci vuole coraggio ad affrontare con la sua vocina i cori di uno stadio avvelenato. Non è mai facile cantare di fronte a un pubblico venuto lì armato di sciarpe, bombe e trombe per guardare tutt’altro spettacolo. Non è la prima volta che la Federazione Italiana Gioco Calcio lancia nella fossa dei leoni dell’Olimpico – alla vigilia della finale di coppa Italia – un cantante che poi viene ignorato o deriso.

L’anno scorso era toccato ad Alex Britti, ignorato dalle tribune. Stavolta è andata peggio, complice forse un certo sentimento antiitaliano delle tifoserie. I fischi, in gran parte provenienti dalla tribuna che ospitava i tifosi del Napoli, probabilmente erano dettati da motivazioni diverse dall’esecuzione originale dell’inno d’Italia. Comunque avrebbero intimorito chiunque. E invece la fragile Arisa è andata avanti con la mano sul petto e lo sguardo alto come un corrazziere. I fischi pian piano sono scemati e quando è arrivato il “sì” finale, lo stadio le è venuto dietro. Nonostante Schifani fosse lì ad aggiustarsi gli occhiali in tribuna d’onore.