L’orgoglio di poter dire: eccoci, ci siamo ancora. Un anno dopo, tornano gli “indignados”, con la stessa rabbia pacifica e molti motivi in più per scendere in piazza. Di nuovo alla Puerta del Sol, che attirò su di sé – da quel 15 maggio 2011 – l’attenzione del mondo intero e da dove è partito un movimento che è diventato protesta planetaria. Allora, erano in parecchi a dire che il fenomeno sarebbe evaporato con la stessa rapidità con cui – a sorpresa – era nato. E invece no. Per capire come spaventino ancora il potere, e in particolare il governo centrale passato nel frattempo dai socialisti di Zapatero alla destra dei popolari di Rajoy, bastava vedere l’impressionante schieramento di forze di polizia che, dal primo pomeriggio di ieri, hanno preso il controllo del centro di Madrid. Duemila agenti in assetto anti-sommossa , parecchi di loro con piccole telecamere montate sui caschi. Uno spiegamento massiccio (persino più di quello realizzato in occasione dello sciopero generale del 29 marzo scorso) che è stato molto criticato dai partiti di sinistra, per le tensioni che potrebbe contribuire ad alimentare.

La vera incognita, tanto nella capitale come nelle altre 80 città spagnole scese in piazza, riguarda l’eventualità che gruppi di dimostranti decidano di montare in nottata – proprio come un anno fa – accampamenti improvvisati con tende da campeggio e sacchi a pelo. Sarebbero “atti illegali”, fa sapere il ministro dell’Interno Jorge Fernández Díaz. Ma l’esecutivo sa bene che un’operazione violenta di sgombero contro migliaia di manifestanti pacifici avrebbe conseguenze devastanti sull’immagine del paese a livello internazionale. È già successo di recente, quando le foto di giovani sanguinanti, colpiti dalla polizia a Valencia e Barcellona, sono finite sulle prime pagine della grande stampa internazionale. È il cosiddetto “effetto New York Times”, che terrorizza Mariano Rajoy, già estremamente preoccupato per l’enorme fragilità del paese sui mercati. Ed è la stessa crisi, ogni giorno più grave, ad aver ridato fiato a un movimento sorto nella fase del tramonto del governo Zapatero. Negli slogan degli “indignados”, un anno fa, Psoe e Pp venivano accomunati nel giudizio di condanna contro le storture del sistema politico. Oggi, nonostante la linea del movimento sia ancora la stessa, cresce il rifiuto nei confronti della politica economica del centrodestra: dalla durissima riforma del mercato del lavoro ai tagli indiscriminati alle spese per sanità ed educazione, le ricette di Rajoy sono viste come il più serio attacco mai realizzato contro le conquiste dello stato sociale.

Ma nonostante tutto, gli “indignados” – che pure sono scesi in piazza quando i sindacati hanno convocato uno sciopero generale – non fanno una chiara scelta di campo. Non sostengono formalmente alcun partito e sono contrari a qualunque tipo di organizzazione verticistica. E infatti, non più di due settimane fa con una decisione assembleare hanno espulso dal movimento alcuni dei fondatori di Democracia Real Ya, il nucleo originario delle proteste di un anno fa. La loro colpa: aver fondato un’associazione, con tanto di statuto e responsabili regolarmente registrati. Tutto il contrario della struttura “orizzontale” sviluppata finora dal nord al sud della Spagna: assemblee, riunioni di quartiere, piattaforme di dibattito su Internet, migliaia di proposte per “aggiornare il sistema”. Il futuro si decide per alzata di mano.

Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2012