La finanza è intrinsecamente instabile: dipende dalle aspettative, soggette a ondate di euforia e di panico. Ma l’instabilità vale nei due sensi: è dunque possibile risolvere le crisi finanziarie velocemente, tramite un’opportuna gestione delle aspettative. Nell’Eurozona, tuttavia, l’adozione di politiche risolutive è bloccata dalla teologia della “Disciplina del Mercato”: vale perciò la pena tentare di capirne l’origine e – historia magistra vitae – le probabili conseguenze. Tutto ebbe inizio nel settore bancario…

Nelle fasi di boom i banchieri si lasciano spesso tentare dalle speculazioni: testa, vinco; croce, perdete voi (azzardo morale). L’antidoto ottocentesco era la c.d. “disciplina del mercato”: depositanti, creditori, azionisti eserciteranno un attento controllo preventivo sui bilanci bancari finché sarà chiaro a tutti che – se qualcosa va storto – lo Stato non interviene per salvare le banche in difficoltà.

Tuttavia nel sec. XIX le insolvenze bancarie erano molto frequenti: i creditori non sono mai del tutto razionali ed informati. Inoltre le banche raccolgono “a breve” e prestano “a lungo” termine: sono perciò soggette a “crisi di liquidità”; basta un calo della fiducia – molti correntisti ritirano i soldi simultaneamente – per farle fallire. I prestiti interbancari possono calmierare queste situazioni, ma anche (specie se c’è una recessione) trasformarle in vere e proprie crisi sistemiche: allora la vendita generalizzata di asset per far fronte alle richieste dei depositanti fa crollare i prezzi e causa nuove perdite. Nel sec. XIX il sistema economico era in balia di continue, dirompenti crisi finanziarie …

Wall Street, Ottobre 1907: un tentativo di scalata viene respinto. Corre voce che la cordata ha perso 50 milioni: tutti presi a prestito. Vero, falso? Chissà: i depositanti assaltano l’istituto finanziatore, che fallisce. Il panico si diffonde in città: le banche cominciano a fallire una dopo l’altra. Non esistendo una banca centrale, la comunità finanziaria si rivolge a J.P.Morgan, un banchiere che durante la crisi del 1895 aveva salvato il governo! Morgan riunisce i migliori finanzieri di New York: fanno fund raising; decidono quali banche lasciar fallire e quali salvare; quest’ultime ricevono 3 milioni da Morgan, 18 da altre banche, 25 dal governo. La corsa agli sportelli non si ferma. Un colosso da $100m. è sull’orlo del baratro. Il 3 Novembre Morgan gioca la sua ultima carta. Invita i maggiori banchieri di New York, e li rinchiude – letteralmente – nella sua biblioteca; non aprirà finché, a notte fonda, non avrà ottenuto altri 25 milioni.

L’annuncio di Morgan del 4 Novembre ebbe l’effetto sperato. Ma il panico del 1907 aveva dimostrato ancora una volta la fragilità del sistema bancario, e portò alla nascita della FED. Il potere di stampare moneta, le grandi quantità di oro concentrate nei suoi forzieri, la moral suasion di cui era capace, avevano l’unico scopo di ristabilire la fiducia in caso di crisi sistemica. Anche in altri paesi, le banche centrali nacquero per ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza delle banche e dei governi. In questo modo fu possibile superare le crisi successive, come quella dell’agosto 1914. Restavano scoperte le crisi da debiti in valuta estera.

Nel 1931-33 tuttavia non bastarono neanche le banche centrali: in Europa, USA, Sudamerica, diverse migliaia di banche fallirono. I motivi della debacle furono il sistema di cambi fissi con l’oro (la “moneta unica” dell’epoca), e le regole monetarie: paralizzanti. La Fed ad es. non poteva emettere più di 10$ per ogni 4 dollari di oro posseduti. E d’altronde, quando nell’estate del 1931 la Banca Nazionale d’Austria – per salvare la Credit Anstald – aumentò del 20% la base monetaria, il cambio entrò in tensione: l’Austria perse in poco tempo 40 dei suoi 120 milioni di riserve d’oro. La crisi finanziaria contagiò l’Europa: Germania, Polonia, Ungheria, Spagna, Lettonia, Cecoslovacchia, Yugoslavia… i paesi legati all’oro non riuscirono ad evitare il collasso delle banche, dei consumi, della produzione, e la disoccupazione di massa.

Nel 1931 il gold standard era considerato il pilastro dell’indipendenza delle banche centrali: finché c’era, nessuno poteva obbligarle a stampare moneta. Perciò banchieri centrali e politici conservatori difesero quel sistema disfunzionale fino alla fine. Il governatore della Bank of England Montagu Norman, ad es., dipingeva l’abbandono del gold standard in termini apocalittici: la fiducia nella moneta sarebbe evaporata, la produzione crollata, il cibo razionato, scioperi, disordini… come Weimar nel ’23. Al Tesoro consideravano l’ipotesi sotto il profilo etico: “un affronto all’onore nazionale”.

L’Inghilterra lasciò il gold standard il 20 Settembre 1931 sotto la spinta della speculazione: la Bank of England perdeva $26m di oro al giorno. I giornali bombardarono i lettori con previsioni catastrofiche: “è la fine di un’epoca!”. Ma in Ottobre l’economia cominciò a riprendersi, e l’Inghilterra fu il primo paese ad uscire dalla depressione. USA e Germania resistettero fino alla primavera del 1933: la disoccupazione continuò a salire e raggiunse il 33%; finché Roosevelt e il ministro dell’economia di Hitler, Schacht, appena eletti, scaricarono l’intero pacchetto delle politiche ortodosse, ed avviarono massicci investimenti pubblici in infrastrutture finanziati dalle rispettive Banche centrali. La Francia fu l’ultima ad abbandonare il gold standard, e ad uscire dalla crisi.

 

 

 

 

 

(Continua)