Come siamo cambiati con l’avvento di Internet? Ci ha resi più “stupidi” e ha atrofizzato la nostra capacità di memorizzare i dati? I media hanno profondamente modificato le nostre abitudini, il nostro uso del corpo e soprattutto le operazioni della nostra mente. Anche se è ancora difficile tracciare un bilancio. Risponde a queste domande  “Presi nella rete” (Garzanti) di Raffaele Simone, professore di linguistica presso l’università di Roma Tre, che esamina la mente ai tempi del web.

Uno strumento che, come spiega l’autore, “esalta la vista ‘simultanea’ deprimendo quella sequenziale, cioè la capacità di seguire una scansione ordinata di segnali per estrarne un senso, come facciamo nella lettura”. Importante anche l’impatto sulle capacità cognitive, alcune delle quali, senza l’innovazione tecnologica, erano silenti o sottovalutate. “La rete, inoltre, produce ‘esattamento’, un termine dei biologi evolutivi. Indica che in alcune specie animali la formazione di un organo ha prodotto evolutivamente nuove funzioni, al contrario dell’adattamento, dove ‘la funzione crea l’organo’. Le ali degli uccelli non servivano probabilmente per volare, ma la funzione si sviluppò dopo”. Così con la tecnologia, secondo Simone, dove “i nuovi gadget svegliano bisogni prima inesistenti, che all’improvviso diventano urgenti e irresistibili. Basti pensare ai miliardi di sms che attraversano l’etere ogni giorno, o alle quantità di messaggi che veicolano i social forum”.

Ci sono anche cambiamenti che rappresentano vere e proprie conquiste, tra cui la possibilità di immagazzinare migliaia di libri in un ipad o di prenotare un treno messicano a migliaia di chilometri di distanza. Difficile però trarre un bilancio complessivo a cui penseranno “le prossime generazioni”. Certamente con la creazione di memorie hardware a nostra disposizione confidiamo che sia la rete a ricordare per noi e a fornirci risposte al momento opportuno. Informazioni che però non sono “né garantite, né organizzate, né sicure”. Da qui deriva “una trasformazione della qualità del sapere diffuso, spesso fatto di inesattezze e frantumi a differenza di quanto veicola la scuola, che aspira ad essere sistematico e di buona qualità”.