Il gruppo Volkswagen, tramite la sua controllata Audi avrebbe finalizzato per una cifra di circa 860 milioni di Euro l’acquisizione della Ducati.

Prescindendo da valutazioni più o meno patriottiche circa il fatto che un’azienda storica diventi da italiana, tedesca, il punto che mi sembra interessante è che un’azienda tedesca decida di investire in un’attività manifatturiera italiana.

Intendiamoci, non è una novità, altri gruppi internazionali hanno fatto acquisizioni di aziende italiane nel passato, lo stanno facendo nel presente e probabilmente (e auspicabilmente) continueranno a farlo in futuro, tuttavia siamo stati tempestati per mesi di messaggi un po’ terroristici che ci ricordavano intensivamente come il nostro paese sia inappetibile agli investimenti stranieri, principalmente a causa di un sistema pensionistico costoso e di regole del mercato del lavoro “fuori dal mondo”.

Con evidenza dei fatti, Volkswagen non si è sentita minacciata da tali regole le quali, stando ai commenti di alcune categorie e forze politiche non sarebbero modificate nella sostanza neppure dalla riforma in discussione; evidentemente gli azionisti di Volkswagen hanno ritenuto che l’investimento in Italia possa dare ritorni anche in presenza di regole che ci sono state descritte come respingenti per qualsiasi imprenditore straniero; pazzi loro oppure gli allarmi non descrivevano veridicamente la situazione e magari venivano gridati per scopi differenti?

Prevengo l’obiezione di chi, magari affermando di fare informazione corretta, sostenesse che l’acquisizione di Ducati avviene ora proprio perché si è modificato il sistema previdenziale e si sta cercando di modificare le regole del mercato del lavoro, per far rilevare come anche prima di tali riforme ci fossero stati alcuni passaggi di mano da proprietà italiana a straniera quali, ad esempio, Gancia (a Russian Standard Corporation) e Parmalat (a Lactalis).

Ritengo che sia il sistema previdenziale, che era allineato con gli altri paesi europei, sia le regole del mercato del lavoro, non costituissero ostacolo agli investitori stranieri, anzi, lo testimonio per avere lavorato per anni a contatto con Corporates che mai di ciò si lamentavano, quanto piuttosto di eccessi di burocrazia, di iper regolamentazione, di prassi amministrative a loro incomprensibili, di tassazioni troppo elevate.

E poi, se l’acquisizione di Ducati era appetibile per Volkswagen, perché non lo era per imprenditori italiani? Non sarà che in questo caso la motivazione risieda nella confidenza degli investitori stranieri di saper gestire, consolidare ed espandere le attività industriali e soprattutto nella disponibilità di capitali per farlo? E hai visto mai che la maggiore disponibilità di risorse finanziarie derivi anche dal sostegno che le banche tedesche possono e vogliono dare agli imprenditori e che ciò, a sua volta derivi dalla facilità con la quale la Germania colloca i propri titoli di Stato rispetto a quanto deve fare l’Italia?

Mi si dirà che questa nostra difficoltà ha a che vedere con il “rischio paese” e ciò è vero, ma nel tempo stesso dovrebbe aprire una riflessione ulteriore sulla convenienza della permanenza nel sistema monetario europeo, almeno finché le regole vengono primariamente dettate dalla Germania la quale, giorno dopo giorno consolida la sua potenza anche a danno delle condizioni degli altri paesi. Per non essere frainteso, non caldeggio l’uscita dall’euro, bensì una presa di posizione nell’ambito della UE che spinga al cambiamento di quelle regole che invece, attraverso il fiscal compact sembriamo avere accettato supinamente.

Ricapitolando, lo scenario è questo: ciascuno Stato sovrano deve collocare i propri titoli con i propri rischi ma non può fare politiche monetarie indipendenti per sostenere il proprio debito in quanto solo la banca centrale europea può stampare denaro. La BCE presta soldi alle banche e non agli stati; le banche tedesche con ogni evidenza utilizzano i prestiti per sostenere l’imprenditoria, quelle italiane per acquistare titoli di stato con un differenziale interessante (per loro) di tassi di interesse.

Alla fine della catena, che rischia di peggiorare, le imprese tedesche si espandono, il mercato interno tedesco prospera e il differenziale tra la loro economia e quella dei paesi europei più deboli aumenta. Non c’è da stupirsi, poi, che ad acquisire le aziende italiane siano le aziende tedesche e non gli imprenditori italiani.