Non ho notizie da dare su cui discutere, né pareri personali di cui essere certa. Sono solo una voce tra sette miliardi di voci che parla dall’inferno della democrazia.

Perché definisco la democrazia un inferno? Perché come tutti i luoghi “ideali” della vita, la democrazia è un concetto che è difficile rendere reale. Nella maggior parte dei casi non ne siamo all’altezza. Non siamo pronti interiormente a realizzarla, senza incappare nella violenza della contraddizione: istintivamente tutti tendiamo a proteggere in primo luogo non tanto noi stessi, quanto la nostra paura di non essere niente. Di non avere abbastanza valore per essere ascoltati e rispettati nella giostra del caos.

Questa riflessione psicologica che da anni frequento, si è ripresentata quando ho sentito la notizia più interessante degli ultimi giorni: “I dieci uomini più facoltosi italiani posseggono un patrimonio equivalente alla cifra che regola la sopravvivenza di tre milioni di poveri”. E’ spaventoso. Ma quando è successo? A che ora? E come abbiamo fatto a non accorgercene? Perché ci è sfuggita una cosa simile? Perché un tale dislivello che privilegia così pochi e penalizza così tanti? Non possiamo pensare che sia una legge a risolvere una contraddizione come questa, perché sappiamo che non è così. Il problema è endemico. Strutturale. Ma non è solo politico. E’ Umanistico con la U maiuscola. Per realizzare un dislivello come quello di cui stiamo parlando, bisogna avvalersi della catena di una corruzione infinita, del silenzio e della complicità di tanti uomini che intimamente desidererebbero passare alla Storia. Ma che tristemente, per paura di non esserne capaci, rinunciano ad una meta così alta e si accontentano di passare alla Cassa. Quella della banca.

E’ la rassegnazione diffusa di una società che ha stabilito nella ricchezza economica un valore umanistico, riconoscibile dagli altri come una capacità individuale, che gli conferisce importanza e considerazione. Cominciare a lavorare culturalmente per costruire una società di uomini regolati da un “IO” un po’ più potente, non solo grazie al denaro, ma soprattutto grazie alla propria capacità di agire, di scegliere, di creare una vita che assomigli il più possibile all’idea che hanno di sé stessi, sarebbe un processo culturale lunghissimo, se non più destinato a pochi, è ovvio.

Il punto è che il potere si avvale delle nostre paure, e che una società governata da un mercato che se ne avvale per primo, è una società inerme, passiva, “fatta”(drogata in gergo), che non reagisce “fattivamente” a nulla perché si rifugia individualmente nel tranello di un valore bugiardo. Suppongo con immensa compassione, innanzitutto per me stessa, che tutti intimamente ameremmo essere Leonardo Da Vinci. Ma non è difficile. E’ impossibile. Ecco perché ci accontentiamo all’idea di poter essere Berlusconi. E sinceramente non è facile neanche essere Berlusconi. Soprattutto se consideriamo che lo stesso Berlusconi avrebbe preferito di gran lunga essere Leonardo da Vinci.

Io no. Io avrei voluto essere Michelangelo.