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Alessandro Oppes
Giornalista

Cina, chiude il reality dei condannati a morte

Fine di uno spettacolo morboso e crudele. C’è voluto un documentario di un regista australiano, trasmesso lunedì dalla Bbc con il titolo “Dead Man Talking” – che parafrasa il film con Susan Sarandon e Sean Penn – per convincere i produttori della tv cinese della provincia di Henan a interrompere la programmazione del loro reality più seguito: “Interviste prima dell’esecuzione”, andato in onda dal 18 novembre 2006 fino a venerdì, ha portato davanti alle telecamere per duecento puntate altrettanti condannati a morte, in genere proprio nell’ultimo giorno della loro vita. Un successone, con quaranta milioni di spettatori incollati ai teleschermi ogni sabato sera, e uno straordinario trampolino di lancio per la giornalista Ding Yu, non a caso conosciuta come “la Bella con le Bestie”.

La polemica – totalmente assente in Cina – è esplosa solo ora che il caso è arrivato sui media occidentali proprio grazie al documentario della Bbc (che sarà trasmesso prossimamente anche su Pbs International). Secondo il network americano Abc, che cita un portavoce della catena di Henan, il programma verrebbe soppresso a causa di non meglio precisati “problemi interni”. E dire che fino a ieri i realizzatori del reality erano convintissimi della bontà della loro trovata. E la stessa presentatrice Ding andava orgogliosa del suo lavoro. La giornalista nega che sia “crudele” intervistare un criminale che sta per morire. “Al contrario, vogliono essere ascoltati – spiega – Alcuni mi hanno detto: sono contento, in carcere non c’era nessuno con cui potessi parlare”. E poi assicura di non sentire nessuna simpatia per i condannati: “Se lo meritano”.

L’idea dei produttori era quella di raccontare casi che servissero d’esempio, quasi un monito per la popolazione. La Cina è il paese dove si eseguono più condanne a morte al mondo. La pena è applicata a 55 tipi di reato, tra cui omicidio, traffico di droga, corruzione, alto tradimento, ribellione armata, rapina. Ma la maggior parte dei condannati che comparivano davanti alle telecamere erano accusati di omicidio. Tra i duecento intervistati, mai un prigioniero politico.

Il Fatto Quotidiano, 14 Marzo 2012


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