La vicenda ereditaria del noto cantautore Lucio Dalla pone in tutta evidenza il problema e –a mio avviso – l’inadeguatezza dell’ordinamento giuridico italiano in materia di diritti delle coppie omosessuali.

Tralasciando per un momento le convinzioni morali (ognuno ha le proprie) e le scelte legislative (certamente vi sarebbe spazio per legiferare un matrimonio gay, come avvenuto in molti Paesi europei) rimesse al dominio nazionale (come riconosciuto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), trovo profondamente ingiusto che la badante ventenne del ricco centenario possa ereditarne il patrimonio dopo appena pochi mesi di matrimonio, mentre chi ha diviso per anni un amore vero, ma omosessuale, non può (né avrebbe in ogni caso potuto, essendo escluso in Italia, allo stato della interpretazione giurisprudenziale, il matrimonio tra coppie dello stesso sesso ed i correlati diritti) pretendere alcunché.

La situazione, ictu oculi, è profondamente ingiusta e non si può più rimandare lo studio di una forma di tutela che è certamente dovuta ad ogni coppia, eliminando evidenti forme di discriminazione su base sessuale di fatto ormai radicate nell’ordinamento.

Mi riferisco al diritto alla pensione di reversibilità, alle delicate decisioni spettanti ai congiunti in caso di disperate condizioni di salute del partner, ai diritti ereditari, alla continuazione del rapporto locatizio, all’assegnazione degli alloggi popolari alle coppie, e via dicendo.

Delle due l’una: o si riconosce il matrimonio gay, o si riconoscono a tutte le coppie omosessuali i singoli diritti (o buona parte di essi) che vi sono correlati, pur continuando a non ammettere il matrimonio. E, si badi, non è una questione “morale”, ma lo stesso principio di eguaglianza della Giustizia, come prescritto dall’art. 3 della Costituzione (La legge è uguale per tutti), che in mancanza di un simile intervento normativo viene messo in discussione.