«Sento che nulla mi può toccare, che il mio destino ha leccato il mio sudore e veglia su di me; è ciò che io chiamo, non disponendo di altra parola, la grazia. Essa non si giustifica. Essa è lì. E capisco che alcuni mi odino. Ma come! dicono, costui ha fatto la guerra, ha corso rischi inauditi, e non gli è successo niente. Nessuna mina l’ha evirato, nessuna granata l’ha sfigurato. Non c’è giustizia. È, questa, una cosa che spiega anche un tratto del mio carattere, che disorienta quanti non mi conoscono. Quando mi si insulta, rido. Quando i falsi amici m’abbandonano, dico: che liberazione! È come se dei nani pisciassero di rabbia sulle mie scarpe, non potendo spaccarmi i denti».

Lucido, cinico, spietato. Chi ha scritto queste parole è soprattutto un uomo controverso. Forse il più controverso che il Novecento abbia conosciuto. Appartengono a Jacques Vergès e sono affidate al suo libro crudo, tremendo, di rara efficacia (una lettura da consigliare a tutti) che l’editore liberilibri ha appena mandato in libreria: Quant’erano belle le mie guerre.

Ma chi è Vergès? Nato in Thailandia nel 1925 da padre francese e madre vietnamita, diventa avvocato a Parigi (con studi di storia e lingue orientali alla Sorbona). Arruolato con De Gaulle durante la seconda guerra mondiale, è durante la guerra d’Algeria che inizia la sua carriera di “avvocato” degli indifendibili.

Assume la difesa dei terroristi (agli occhi della Francia) del Fronte di Liberazione Nazionale. E da lì in poi sarà il protagonista dei processi più famosi e celebri: diventerà l’avvocato di criminali nazisti, di collaborazionisti, fanatici rivoluzionari e crudeli aguzzini, del terrorista Carlos, del “macellaio di Lione” Klaus Barbie, del satrapo balcanico Milosevic, dei dittatori africani del Gabon, del Togo, del Ciad, di Saddam Hussein. Insomma, Vergès sarà l’irriducibile e destabilizzante difensore di tutti gli impresentabili, di quelli che chiamerà “Già Dannati dal Grande Tribunale d’Occidente”. Il tutto in nome della dignità di ogni essere umano, anche quella del persecutore più infimo, più crudele, di colui che incarna il “male assoluto”, inconcepibile e indicibile.

In queste pagine Vergès ripercorre il suo lungo itinerario, fra persecutori e vittime, fra giudici e colpevoli, fra una condanna che deve arrivare soltanto quando le colpe possano esser accertate al di là di ogni ragionevole dubbio. Per alcuni Vergès è la coscienza critica e morale del secolo, uno Zola dei tempi moderni, quasi un eroe romantico. Per altri un opportunista mosso soltanto da rabbia e vanità, complice dei peggiori assassini, fatuo e corrotto anti-eroe.

Rimane però, al di là del giudizio che si può dare sulla persona e sulla sua storia professionale, la questione che ci pone in queste pagine drammatiche, che mettono l’accento sul ruolo e la figura del “difensore”: «Se egli riesce a far capire quanto di pericoloso c’è nell’uomo, se fa ammettere al giudice e ai giurati che anche in loro esiste tale minaccia, essi non tratteranno il criminale come qualcuno venuto da un altro mondo, come un marziano, come un essere nocivo: lo tratteranno come un loro simile passato agli estremi». Che lo si voglia o meno, è questa una grande lezione ancora non del tutto appresa. Qualsiasi mostro, in fondo, è e resterà sempre umano.