Aldo Busi – sempre colui che si è definito il più grande scrittore di tutti i tempi, e che però gli italiani conoscono soprattutto grazie alle comparsate a L’isola dei famosi – si è avuto a male del mio post comparso ieri su ilfattoquotidiano.it.

C’è rimasto così male al punto da rispondere con la sua consueta dose di insulti (vedi sotto), questa volta composti senza nemmeno ricorrere alle sue abituali selve di incisi e giungle di parentesi tonde. Addirittura mi ha dato del “chierichetto frustrato” e se lo dice lui che chierichetto è stato, mentre io no, c’è da temere. Viene alla mente Mario Brega che dice “A me fascio?”, ma lasciamo perdere. Altri insulti sono piovuti dai suoi fanatici, prontamente pubblicati dal blog di Busi con dignità di post. Dovremo mica preoccuparci se Busi chiede aiuto ai suoi fanatici per insultare qualcuno? Scherzi a parte, sono ben contento che l’autore di Cazzi e canguri (pochissimi i canguri) abbia ritenuto di dover rispondere alla mia critica e l’abbia fatto giustificando nel dettaglio il suo ignobile comportamento che resta, nei fatti, peggiore di quello di Maramaldo. Busi, punto chiaramente sul vivo, al netto degli insulti da pivello ha infatti reagito come si deve: ha subito risposto con uno scritto pubblico. Proprio ciò che Lucio Dalla e Pier Vittorio Tondelli non han potuto fare davanti agli attacchi post mortem e schifosetti di Busi.

Unica richiesta che muovo al sodale di Barbara d’Urso: evitare la tecnica del mettere in bocca agli altri ciò che non hanno mai detto. Io non ho mai sostenuto che la sessualità sia un fatto privato, specie in un uomo pubblico. Sono banalmente della vecchia scuola per cui se c’è da fare una critica pubblica, all’opera o alla condotta di un artista, la fai quando l’altro è vivo e presente – come ho fatto io nei riguardi di Busi stesso, o di Renato Zero in Tutta colpa di Miguel Bosé, e perdonate l’autocitazione con l’inciso, ma quando si legge il maestro di Montichiari si diventa sempre un po’ ombelicali – non quando è morto o assente. A meno che il tuo obiettivo sia solo far tornare a parlare un pochino anche di te, quando tutti parlano di quell’altro, steso nella bara. Punto. Questo significa beatificare i morti? Proprio per niente. Significa essere abbastanza uomini per capire quando è il momento di parlare e quando di tacere.

Chiusa la querelle con Busi e i suoi fanatici, due parole sull’altro schifo visto ieri in televisione. Le istituzioni e i media che, al funerale di Dalla, han presentato Marco Alemanno come “uno stretto collaboratore” et similia, mentre tutti sanno che era il suo compagno, rinnegano il sentimento dell’amore fra due uomini. Più che un atteggiamento cristiano, a me pare un atteggiamento da aguzzini, e bene ha fatto Annunziata a rimarcarlo. Verità per verità, non ci fa una gran figura nemmeno Marco Alemanno a lasciarsi presentare in pubblico come qualunque cosa che non sia “l’ex compagno di Dalla”, ma per lui vale il beneficio del dubbio: probabilmente era talmente stravolto dalla giornata e dal dolore, che non avrà nemmeno badato a come veniva presentato.

Se volete una magrissima consolazione: un passo avanti a Banana Republic si è comunque fatto. Quando nel 2005 morì lo scrittore Giuseppe Patroni Griffi, l’indimenticabile autore di uno dei migliori romanzi omoerotici, La morte della bellezza, il suo compagno Aldo Terlizzi venne presentato dal prete di turno come “suo figlio”, mentre tutti sapevano che lo scrittore aveva adottato il fidanzato solo per risolvere le magagne dell’eredità. Il segreto di Pulcinella fu svelato dal collega Saverio Aversa, che pubblicò questo articolo su Liberazione, temendo una querela. Mai arrivata.

E si farà l’amore / ognuno come gli va, / anche i preti potranno sposarsi / ma soltanto a una certa età.

Ecco la replica di Aldo Busi

L’articolo a firma di tale Sciltian Gastaldi “Busi, una parola buona per tutti (i morti)” sul “fatto quotidiano”, non so se online o su cartaceo, è di una tale ridicola e analfabeta supponenza da chierichetto frustrato che può fare il paio solo con quella, ma almeno in pessima buonafede, di quanti pelosissimamente ancora asseriscono che la sessualità umana è un fatto privato e ognuno dentro casa sua fa come crede – non solo la sessualità è politica e non privata, ma non lo è neppure l´aria ognuno coi suoi polmoni, perché non sei tu a decidere quale aria respirare, e te lo dice uno che abita in un posto dove il tasso di mortalità per cancro è tra i più alti d´Europa e dove, mi cito, “l´unico modo per ventilare gli ambienti è non aprire le finestre”.
Se io non ho detto quello che ho scritto su Tondelli e Dalla quando erano ancora in vita ((anche se a Tondelli l’ho detto di persona) è stato perché a) potevo sempre illudermi che ci avrebbero pensato a convincersi e a ravvedersi da sé prima che fosse troppo tardi, b) io per principio, se uno non è omofobo di mestiere ma è solo uno strainculato gay timoroso del fuoco di Sodoma e vive nel calduccio della sua vantaggiosa (?) ipocrisia a sfondo clericale, lo lascio al suo destino e non forzo una situazione a suo vantaggio liberandolo dal gioco suo malgrado: che crepi così come ha vissuto, la sua irresponsabilità illimitata è una cosa che ancora non riguarda me cittadino, c) perché non erano più vivi in vita di quanto non lo siano diventati da salme e solo la morte gli ha restituito quel po´ di vita degna di una mia parola a riguardo.
Ora sappiamo che invece del “fatto” possiamo tranquillamente comperare “l’Avvenire” – che, mi duole ammetterlo, è scritto anche meglio.
Aldo Busi