Cita Churchill, ricordando che una democrazia senza partiti non è democrazia. Ammette – forse per la prima volta – di portare giacche a doppio petto “per mascherare la pancia” e, soprattutto, stupisce parlando da statista del futuro politico del Paese. Sembra di aver davanti un altro Silvio, ma il bluff è da leggere in filigrana. È un distillato di strategia politica. Per salvare ancora se stesso, ovviamente.

A Bruxelles per il vertice Ppe, il Cavaliere ha spiazzato tutti: “Nel 2013 sarà possibile un governo composto da Pd, Pdl e Terzo Polo”. Bersani è saltato sulla sedia: “Il partitone unico non esiste in natura! – ha urlato – io ho un’altra idea in testa, una democrazia rappresentativa normale ancorché riformata”. Casini, anche lui ieri a Bruxelles, pur tra molti distinguo, ha invece lasciato aperti alcuni spiragli: “Solo con Alfano alla guida del Pdl. E poi dovrebbe ammettere che ha sbagliato e che il suo governo è stato negativo per l’Italia”. Però, cosa frulla nella testa del Cavaliere? Mentre qualcuno, vicino ai centristi, ha letto l’intemerata politica berlusconiana come l’ennesimo tentativo di allontanare ancora di più Casini e Bersani, dall’altra tutti gli uomini più fedeli dell’ex premier sogghignavano compiaciuti. Berlusconi ci punta davvero a raggiungere quella che in gergo si chiama “grossa coalizione” alla tedesca.

Ecco il disegno. I partiti si presenterebbero ciascuno per conto proprio alle elezioni, con liste distinte, ma con un patto di alleanza parlamentare e programmatica chiuso in tasca e da suggellare dopo il verdetto delle urne. In questo modo – come ha avuto modo di spiegare (e svelare) anche il politologo Roberto D’Alimonte – con l’attuale legge elettorale, verrebbe impedito a chiunque il raggiungimento del premio di maggioranza e – di conseguenza – si tornerebbe automaticamente al sistema proporzionale senza fare lo sforzo di cambiare la legge elettorale. Casini sarebbe il primo a gioirne. E Bersani, visto lo stato in cui versa il Pd, vedrebbe sopirsi la guerriglia interna. Questo, poi, a livello generale, da un lato consentirebbe ai partiti di ritrovare una propria identità politica, senza aver bisogno di studiare alleanze innaturali per raggiungere la maggioranza in Parlamento e dall’altro renderebbe sempre più marginali le cosiddette “ali estreme”, che a quel punto avrebbero spazi limitati per organizzare un’opposizione. Anche sul fronte del Pdl, Berlusconi avrebbe solo vantaggi. Non dovrebbe far altro che continuare a tenere Alfano in panchina evitando le primarie del partito che oggi vede come la peste.

Insomma, tutto cristallizzato fino al 2013, perchè tanto “Monti sta di fatto proseguendo il lavoro del nostro governo”. E se dopo ci sarà una “grossa coalizione”, il sistema non subirà scosse evidenti, i partiti riprenderanno lentamente fiato, “si potranno fare le riforme di cui ha bisogno il Paese e senza le quali non è governabile”. Parole di rara saggezza che puntano alla ricostruzione di una verginità politica, aprendo una nuova stagione nel ruolo del “grande mediatore, mai sconfitto davvero”, a quel punto con le porte aperte non verso il Quirinale, ma verso lo scranno di senatore a vita su nomina del prossimo presidente della Repubblica (forse proprio Monti) che lui stesso avrà contribuito a tenere in piedi per salvare l’Italia. Diabolico? No, pragmatico. “La riforma delle istituzioni è la priorità assoluta – si è accreditato come statista il Cavaliere – è necessario riformare i poteri del governo, il percorso di approvazione delle leggi e il ruolo della Corte costituzionale”.

Ovviamente in questo percorso non rientra la Lega, ormai diventata marginale nel disegno berlusconiano, che ha anche un altro risvolto. Berlusconi sarebbe anche pronto a lanciare un “cartello elettorale” tra “soggetti diversi e distinti” dell’area moderata, sciogliendo il Pdl. Si chiamerebbe “Tutti per l’Italia”. “Pare dunque che Berlusconi – ha svelato Giuliano Ferrara – stia accarezzando con cautela un progetto: sciogliere il Pdl e chiedere all’Italia moderata, riformista e liberale. Il programma è il meglio che unisce, in una sottile linea di continuità e differenze, i tre cicli politici degli ultimi vent’anni, a partire dalla caduta rovinosa della Repubblica dei partiti”. Ecco la grande coalizione e lui il “grande regista”. Come sempre, di se stesso.

Il Fatto Quotidiano, 2 Marzo 2012